Il crepuscolo di Zuckerman

Una pagina dal romanzo di Philip Roth «Il fantasma esce di scena»: l’alter ego dello scrittore, vecchio e malato, fa i conti fra passato e presente
PHILIP ROTH

Ecco perché, in un modo per me insolito, oggi lavoro più in fretta che posso, finché posso, anche se sono incapace di procedere con la rapidità che dovrei avere proprio a causa dell’ostacolo mentale che sto cercando con tutte le mie forze di aggirare. Non c’è più nulla di certo se non che questo sarà probabilmente il mio ultimo insistente tentativo di andare brancolando in cerca di parole che possano combinarsi nelle frasi e nei paragrafi di un libro. Perché oggi è un continuo brancolare, un brancolare che va ben oltre l’ansiosa ricerca di scioltezza che è comunque lo scrivere. Durante l’ultimo anno di lavoro al romanzo appena inviato all’editore ho scoperto che ogni giorno dovevo battermi contro la minaccia dell’incoerenza.

Una volta finito – una volta, cioè, che, dopo quattro stesure, non potevo andare oltre – non capivo se a essere guastata da una mente in disordine era la lettura del manoscritto completo o se la mia lettura era accurata ed era invece la mente in disordine a specchiarsi nella scrittura. Come sempre, spedii il manoscritto al più acuto dei miei lettori, secoli fa studente con me all’università di Chicago, nel cui intuito ripongo la massima fiducia. Quando per telefono mi diede il suo parere, compresi che aveva rinunciato al suo solito candore e che, per gentilezza, non diceva la verità allorché dichiarò di non essere il miglior giudice di questo libro e si scusò per non avere niente di utile da dire, in ragione del fatto che si trovava pochissimo in sintonia con un protagonista al quale andava tutta la mia comprensione, così poco in sintonia da aver perso ogni interesse per lui e quindi da non potermi essere utile.

Non insistetti, e non rimasi neanche sconcertato. Compresi la tattica che celava i suoi pensieri, anche se, ben conoscendo le facoltà critiche del mio amico, e sapendo che le sue osservazioni non erano mai fortuite, avrei dovuto essere molto ingenuo per non preoccuparmene. Invece di suggerirmi di iniziare una quinta stesura – perché aveva immaginato dalla quarta che apportare i grossi cambiamenti ai quali pensava avrebbe significato far pagare un prezzo esorbitante a ciò che restava intatto delle mie facoltà -, non trovò di meglio che dare la colpa agli inesistenti limiti delle sue, come una mancanza di sensibilità immaginativa, piuttosto che a quanto, in base alle sue conclusioni, ormai mancava in me. Se avessi interpretato correttamente il suo verdetto – se, come credevo, la sua lettura era una penosa ripetizione della mia -, che dovevo fare di un libro al quale avevo lavorato per quasi tre anni e che consideravo, sì, insoddisfacente, ma anche ormai finito? Non essendomi mai trovato mai trovato in un situazione simile – essendo sempre stato capace, in passato, di ricorrere all’inventiva e di trovare le energie per arrivare, seppur faticosamente, a una soluzione -, pensai a quello che avevano fatto due scrittori americani di prim’ordine quando avevano avvertito un declino nelle loro forze o una debolezza in un’opera che opponeva un’ostinata resistenza a ogni rimedio.

Potevo fare come aveva fatto Hemingway – e non soltanto verso la fine della sua esistenza, quando la forza monumentale e la vita attiva e il piacere dell’aspro conflitto erano stati sostituiti dalle randellate del dolore fisico, della degradazione alcolica, della stanchezza mentale e della depressione con tendenze suicide, ma negli anni belli, quando la sua forza era inesauribile, la sua bellicosità raggiante e la superiorità della sua prosa affermata in tutto il mondo – e mettere da parte il manoscritto, o nel tentativo di riscriverlo più avanti o lasciarlo inedito per sempre. O potevo fare come Faulkner e pretendere caparbiamente la pubblicazione del manoscritto completato, lasciando che il libro a cui avevo tanto lavorato, e che non poteva più migliorare, arrivasse al pubblico così com’era e gli desse le soddisfazioni che poteva.

Avevo bisogno di una strategia per resistere e andare avanti – chi non ne ha bisogno? – e giusta o sbagliata che fosse, e comunque andassero le cose, quella che scelsi fu la seconda, anche se credevo solo vagamente che avrebbe avuto un effetto meno dannoso sulla mia capacità di farmi strada del crepuscolo del mio talento senza macchiarmi di un disonore troppo grande. E questo accadde prima che la lotta diventasse dura com’è oggi e il deterioramento fosse arrivato fosse arrivato a questo punto: dove anche la più incerta salvaguardia è assolutamente introvabile, dove non si tratta solo del fatto che non sono più capace, dopo un giorno o due, di ricordare i dettagli del capitolo precedente ma, cosa inverosimile, di essere incapace, dopo qualche minuto appena, di ricordare gran parte della pagina precedente.

Quando avevo deciso di cercare l’aiuto della medicina a New York, quello che perdeva non era soltanto il mio pene, e il cattivo funzionamento non riguardava soltanto lo sfintere della vescica; e la sciagura annunciata non era tale che io potessi continuare a sperare di limitare la perdita solo al corpo. Questa volta era la mente, e questa volta il mio presentimento stava ricevendo qualcosa di più di un breve preavviso, anche se, a quanto ne sapevo, non molto di più).

© 2007 by Philip Roth – All rights reserved
© 2008, Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino, trad. di Vincenzo Mantovani

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 27 settembre)

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Il crepuscolo di Zuckermanultima modifica: 2008-10-01T22:26:00+00:00da mirea1954
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