Lettere a nessuno

1450737463.jpgRecensione di Ade Zeno

Sono trascorsi dodici anni da quando uscì la prima edizione di Lettere a nessuno“, libro unico e paradossale che già ai tempi provocò reazioni contrastanti. In alcuni casi perfino violente, confermando per la terza volta consecutiva (dopo i racconti di “Clandestinità” e lo splendido romanzo breve “La cipolla”) la natura anomala e combattiva di uno scrittore che ancora oggi fa discutere.

Accende dibattiti, si presenta al cospetto del mondo letterario come una forza governata dall’inarrestabile desiderio di creare lacerazioni, diluvi, soprattutto di porre e porsi interrogativi scomodi. Confuse fra riflessioni, appunti disordinati, schemi per ipotetiche narrazioni, le lettere mai inviate (o meglio: inviate a interlocutori spettrali, ciechi e muti) si fermavano allora al 1991 – dunque a due anni dall’esordio di Clandestinità – chiudendosi con l’immagine rubata a un sogno in cui Moresco immaginava una futuribile pagina di diario, datata 31 dicembre 1999, su cui profeticamente scrivere: «Sono stanco, ora vado a dormire. Mi sveglierò in un altro millennio».
Ed è da lì, da quello stesso funambolico germe onirico, che riprende a correre la seconda parte del viaggio (e di questa nuova, sorprendente, riedizione) ancora in bilico tra i margini dilatati della visione e le bassezze di una realtà in continuo mutamento, in perpetuo conflitto, viaggio che si lega ai cordoni ombelicali del passato e strada facendo fagocita tutto, riflette sulla propria essenza, di tanto in tanto si morde la coda.
Oggi come allora sarà facile avvicinarsi a queste sconfinatissime lettere pensandole come testimonianza di un mondo (quello dell’editoria, della cosiddetta cultura alta) visto con gli occhi di chi ne conosce bene regole e protagonisti, e dentro il quale è costretto a dibattersi e scalciare non senza correre il rischio di incappare in mirabolanti sconfitte e dolorosi crocevia. Eppure, forse, limitarsi a considerare la dimensione del dato per così dire storico-sociale può dimostrarsi un parziale fraintendimento, e valutare Lettere a nessuno soltanto come baluardo di una letteratura che vuole smascherare pettegolezzi e intrighi di corte rischia di far deviare in sordina un aspetto ben più decisivo, ovvero il loro essere soprattutto segno indelebile del complesso progetto artistico di un grande scrittore europeo e del suo strabordante, bulimico immaginario.
Vale la pena, quindi, soffermarsi proprio su questo lato della medaglia, e rintracciare nel diluvio moreschiano i tanti solchi scavati attorno ai quesiti sul senso dello scrivere, sul significato da attribuire ai furori grafomani, sulla necessità, insomma, di costruire mondi possibili e di codificarli in parole.
Ci tornano così in mente due particolari punti del libro. Il primo riguarda l’incontro tra Moresco e il suo collega americano William Vollmann. I due non si conoscono, le loro strade si incrociano durante un festival in cui sono chiamati a confrontarsi sul ruolo dell’esperienza nell’attività di scrittori. Vollmann sostiene che uno scrittore deve conoscere e sperimentare a fondo ogni cosa prima di trasformarla in narrazione.
E’ una disputa antica, la querelle per eccellenza su cui chiunque abbia una qualche dimestichezza con i magmi creativi si è certamente posto abissali dilemmi. Nelle pagine che seguono Moresco ci offre la sua lettura del problema, una risposta che probabilmente riesce da sola a svelare il fulcro di ogni suo tuffo nel corpo narrativo: la letteratura non è solo una registrazione, un drenaggio chimico di qualcosa di esistente. Se si limitasse a questo, sostiene Moresco, allora sarebbe unicamente un contenitore in cui tutto va a finire a catalogarsi diligentemente, e i libri sarebbero necropoli in cui seppellire brandelli di vita. Invece capita (può capitare) che nel mezzo accada qualcos’altro, qualcosa che trasforma la letteratura in un luogo propulsivo in cui tutto comincia, che insomma scrivere non significa trascrivere, ma dare un nome alle cose.
Il mondo è un sarcofago che racchiude infiniti sogni ancora da scoprire, sogni nascosti nei gesti e nei movimenti delle creature che lo abitano misteriosamente, e che convivono fra loro spesso senza nemmeno sfiorarsi. Può capitare dunque che anche la danza autistica di un piccione incontrato ai margini di un marciapiede diventi punto di partenza per individuare una breccia da spalancare, una zona critica in cui il linguaggio del mondo e quello degli uomini si fondono insieme.
E’ questo il secondo punto del libro a cui ci riferivamo prima, le poche righe in cui viene descritto il colombo al cospetto di un compagno morto che giace a pochi centimetri da lui circondato dal continuo viavai di persone. Tra l’indifferenza generale l’animale becca nel vuoto, china la testa su e giù in moto perpetuo, elabora il suo rito funebre e lo consegna al suo amico, agli dei, a noi. Ecco, uno stupido, fastidioso e sporco paria della Terra è diventato improvvisamente segno religioso: dimenticato per sempre sull’asfalto, ha ripreso vita in un mazzetto di parole che qualcuno, oggi e domani, potrà decidere di non dimenticare, mai.

Lettere a nessunoultima modifica: 2008-10-15T15:50:36+00:00da mirea1954
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