Ferito a morte

Palazzo Donn'Anna - foto E. Tarantino, 2005

di Ezio Tarantino 

Per quale ragione, sottilmente autolesionista, uno dovrebbe prendersi la briga di mettere in discussione un monumento della letteratura come Ferito a morte, di Raffaele La Capria? L’enorme fortuna critica di cui ha goduto fino ad oggi (ricordo solamente il recente saggio di Leonardo Colombati pubblicato su Nuovi Argomenti lo scorso anno), come una agguerrita guardia presidenziale se ne sta lì in difesa della sua solidissima reputazione.
Perché dunque intaccare, timidamente, una tale consolidata unanimità?
Per una ragione molto semplice: la lettura di Ferito a morte (FAM) mi ha suscitato qualche domanda. E parecchi dubbi sia sul contenuto che sulla forma.

FAM è la storia di Massimo De Luca, giovane napoletano “bene”, di cui si racconta il passaggio della linea d’ombra dalla giovinezza (vissuta, durante la seconda guerra, fra battute di pesca nello specchio d’acqua davanti Palazzo Medina – Donn’Anna, nella realtà, nella foto – e Nisida, in caccia di orate le cui epiche dimensioni saranno raccontate nelle infinite discussioni al Circolo nautico, o al bar Middleton insieme ai suoi amici e ai familiari – un unico coacervo di umanità vivida che sa di sugo e pastiera) alla maturità vissuta amaramente lontano da Napoli (a Roma). Punto di svolta della sua vita, attorno al quale il passato e il presente ruotano con traiettorie concentriche, che si avviluppano continuamente su se stesse è la Grande Occasione Mancata: l’amore irrinunciabile e perduto per la bellissima Carla Boursier.

Tutto qui, si potrebbe dire. Perché l’obiettivo di FAM non è quello di infoltire la narrazione di un intreccio, quanto di cogliere una serie di istantanee all’interno delle quali far confluire tempi e spazi lontani, sovrapposti e miscelati come in un panopticon della coscienza che non ha la forza propulsiva per muoversi veramente, ma solo alludere a spostamenti, mutamenti, progresso.
La malinconia di FAM sta nella accettazione autoironica di un destino di separatezza che coinvolge Napoli, o meglio, quella parte della borghesia napoletana che per destino e inettitudine non ha saputo governare il cambiamento dei tempi.

Il teatrino degli amici e parenti di Massimo (Guidino Cacciapuoti, Glauco, la bellissima Betty Borgstrom, Sasà Santelli, Carlottina Capocelatro, Tonino Peluso, Cocò Tutolo…) rappresenta un mondo vacuo e perso, inetto, aggrovigliato sulla propria rappresentazione mitologica, messa in scena e osservata nel suo stesso farsi.
E però (e qui affiorano i primi dubbi) il racconto di La Capria, letto oggi, alla luce del fallimento di Napoli, della sua classe dirigente che ha tracollato inerme e colpevole di fronte ai Mali Endemici della città (da Lauro alla Camorra, dai Quartieri a Maradona da San Gennaro a Nino D’Angelo) senza sapere opporre altro che la propria snobberia infantile e fatua, sembra essere viziato da quella stessa indulgenza che lo scrittore rimprovera alla città: “A Napoli viviamo tutti sotto il segno dell’indulgenza, la stessa che i figli pretendono dalle madri, i mariti dalle mogli, gli amici dagli amici, gli alunni dai professori e ognuno da tutti gli altri.” E poco oltre: “Si tratta d’immaturità, diceva […]: non quella palese, di un individuo, ma quella più incomprensibile e sconcertante di una generazione, di una città, che si è messa fuori dalla Storia” (p. 46 dell’edizione Oscar Mondadori).
Il fatto è che l’atteggiamento di La Capria nei confronti della materia della sua storia, dei suoi (francamente insopportabili) personaggi (che paiono usciti da un film di Totò, o meritevoli della canzonatura di un Dudù e Cocò di Enrico Montesano) sembra costantemente affettuoso e partecipe, nostalgico e sognante, amaro ma in fondo giustificazionista.

FAM è un libro i cui meriti strettamente letterari sono, per così dire, autoevidenti. Eppure non sono riuscito a leggerlo con piacere. Il romanzo si presenta ancora oggi agli occhi del lettore come un oggetto letterario facilmente riconoscibile: quello del “capolavoro”. Ne ha la struttura narrativa e lo stile: i salti temporali che destrutturano il flusso spazio-temporale, la prosa ricca e asciutta nello stesso tempo, che procede in larga misura con una secca paratassi, la grande capacità descrittiva, luminosa, vivida, la propensione per il flusso di coscienza, l’andirivieni fra la prima e la terza persona.
Ma sono proprio queste caratteristiche a farmi venire forti dubbi.

FAM si presenta ai miei occhi non semplicemente come un romanzo sperimentale, un romanzo, cioè, che fa della forma lo strumento attraverso cui veicolare il messaggio rinunciando ad ancorarsi ad una “trama” robusta, un intreccio tradizionale che “porti avanti la storia”, dove cioè il come conti più che il cosa.
Ho il sospetto invece che l’oggetto narrativo FAM si presenti piuttosto come un modello narrativo estensibile. Cosa voglio dire? Che FAM, all’interno di un circuito commerciale esteso, si propone, certamente al di là delle intenzioni del suo autore, come modello.
Domanda (retorica): la letteratura italiana (così, per certi versi, come il cinema) non è forse stata penalizzata fin troppo da questa generalizzata propensione al capolavorismo? Ad una narrativa che si smarca dal racconto, tutta orientata all’evocazione, alla prosa d’arte?
L’adesione a un modello joyciano, e il conseguente rischio di trovarselo disponibile come modello narrativo popolare non è un controsenso? Non rende mutila, alla lunga, una letteratura (o una cinematografia) di uno strato fondamentale della sua proposta? E’ utile al movimento nel suo insieme la ostinata rinuncia al racconto?

Addebitare ad un libro le colpe del deserto che ne scaturisce, mi rendo conto, è un assurdo.
Tuttavia un romanzo come questo mi pare essere un campione della categoria di romanzi che vengono inseriti dai suoi molti estimatori nel canone della letteratura popolare italiana, generando una scia emulativa (non per i contenuti, non per lo stile, ma per lo spirito culturale che da sé emana). Questo me lo rende antipatico.

Non sarebbe più onesto riconoscere la natura di prosa d’arte a molte delle pagine del romanzo? (cosa che la critica non fa – quasi mai, in casi come questi). Prosa d’arte non significa aggettivazione ricercata, prosodia complessa, similitudini artificiose, lessico ornato. Può voler dire più semplicemente ricerca formale a scapito della trama.
Non sarebbe fare cosa utile mettere dei segnalatori molto ben evidenti attorno a determinati oggetti narrativi e considerarli, onestamente, per quello che sono? Unicuum, perle rare inimitabili.

Per tutto questo forse, leggendolo questa estate, nei giorni della munnezza, ho istintivamente sentito il bisogno di difendermi da questo libro

Ferito a morteultima modifica: 2008-10-31T11:27:33+00:00da mirea1954
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