Flemma di Antonio Paolacci

RECENSIONE DI VALTER BINAGHI
(Pubblicata sul “Corriere Nazionale” del 30-3-2008)

Ecco un esordiente da tenere d’occhio: Paolacci, classe 1974, redattore della rivista Fernandel e già autore di racconti, tenta la strada del romanzo in questa nuova collana ideata e diretta da Luigi Bernardi (uno dei personaggi più affidabili dell’editoria italiana), e, come ci si aspetta da un giovane talentuoso, snobba la via collaudata del romanzo di genere per scegliere una costruzione più difficile e desueta.

In “Flemma”, infatti, il noir è tutto nel primo capitolo: una coppia di giovani fermati da una pattuglia della polizia e perquisiti un po’ troppo rudemente, i nervi che saltano, un’arma che passa di mano, due cadaveri sul selciato, probabile trafiletto in cronaca nera.
Il romanzo vero, invece, è essenzialmente una corona di storie, tra cui quelle dei protagonisti della scena descritta, non biografie ricche di eventi ma scavi di solitudini, esistenze sospese ed incompiute, voci strozzate che sembrano attendere dalla sola scrittura dell’autore un profilo che dia consistenza e redenzione. Un attore fallito fabbrica maschere da indossare stancamente ogni sera per un pubblico distratto, un disoccupato indosso a cui il paese ha cucito la nomea dello scemo, una poliziotta dall’anima torpida e dal corpo sgraziato compie meccanicamente i suoi doveri con le sole pause di una svelta sessualità, consumata col compagno di pattuglia. E poi genitori cadenti, speranze morte negli occhi prima di formularsi a voce piena, ma anche la figura breve e luminosa di un adolescente violato: uno stupro di gruppo gli ha dato la determinazione che gli serviva per lasciarsi alle spalle un destino già segnato, e soprattutto la paura di muoversi, di vivere.
Come l’organo veggente che deve essere, la scrittura di Paolacci si muove tra relitti di parole mai dette a voce piena, illuminando pause e silenzi con tratti sapidi che snobbano il movimento puramente filmico, e arrivano invece dove arriva lo scrittore maturo che nessuna cinepresa può seguire: al paesaggio interiore, alla geografia dell’anima.
“Quando smonta dal servizio l’agente Lenzi diventa una figura ingobbita che avanza mani in tasca sul marciapiedi. Indossa panni larghi e sformati per camuffare come può quelle sporgenze che in caserma sente schernite da tutti. Abiti dozzinali, da mercato, roba che tiene ammassata nell’armadio scricchiolante. Cammina e fa viaggiare la memoria. Da ragazzina sognava di emanciparsi, fantasticava perfino di diventare bella, statuaria. E poi credeva nel riscatto, nell’ordine e nella giustizia. Da qualche parte sotto quei panni ci crede ancora”

Flemma di Antonio Paolacciultima modifica: 2008-11-26T21:48:00+00:00da mirea1954
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