Le simmetrie

di Fabrizio Fantoni

“E’ una stanza il corpo: / nido-cella-recinto. / Abito in cui bastarsi, / da non potersi assentare un istante. / Gabbia d’ossa e di arterie, / di dove assistere al mondo”.

Con questi versi Elio Pecora introduce il lettore ne La Stanza, poemetto che apre la sua ultima raccolta di poesie dal titolo: Simmetrie (Modadori, 2007). Una silloge che rappresenta il punto di arrivo di un lungo percorso poetico iniziato dall’autore nel 1970 con La chiave di vetro.

In Simmetrie il corpo mai sazio e mai quieto, sede di attese e delusioni diviene il punto di partenza di un lungo e travagliato itinerario esistenziale in cui l’autore coglie e fissa lo scorrere della vita nel suo svolgersi. Sono momenti di vita reale, “lacerti di un mondo spiato, intravisto da un occhio corto” quelli che Pecora descrive riuscendo, attraverso soluzioni stilistiche diverse, dal poemetto al frammento, dalla lirica alla prosa, a rappresentare la quotidianità nella sua elementare e naturale dignità.

Nella seconda sezione, Quadri Cittadini, l’autore tratteggia descrizioni, quasi surreali, di improvvise epifanie della vita: la città, sfondo di molteplici vicende interiori, viene descritta come “una sterminata moltitudine di attese, / di speranze, di uguali / per fame, per morte, l’uno l’altro cercando / che rassicuri, impedisca, / tutti compiendo destini / variamente intricati, / mai cessando dietro le arterie, / fin dentro il riso o il grido, / la paura di essere cacciati / da un recinto indifeso”. Ma nella stessa sezione lo sguardo del poeta si stringe anche su scorci più intimisti: l’uomo canuto che al telefono racconta all’amico il sogno fatto durante la notte e dice: “Anche stanotte ho sognato. / Nella mia prima casa, / dall’ultima stanza / un passo / udivo atterrito. / Continuo a cercare / il varco di quella paura”.

Il poeta dal corpo-stanza osserva e calca, come un incisore, la vita degli uomini visti come un’inestricabile unità di passioni, ansie, destini inevitabilmente uguali, desiderando al tempo stesso di immergersi nella calda vita di tutti, di essere – per usare le parole di Saba – “come tutti/ gli uomini di tutti/ i giorni”. Questo forte desiderio di vita appare ancora più evidente nella sezione L’occhio Corto, in cui Elio Pecora delinea, con brevi ed ironiche prose, visioni realistiche accolte in tutta la loro ricchezza.

Non si creda però che il realismo di Pecora si riduca ad un semplice descrittivismo. Il suo largo sguardo sul mondo, il suo amore per le cose semplici vanno compresi a partire dalla verticalità che caratterizza la sua percezione della realtà. La poesia di Pecora non ignora il carattere precario dell’esistere, la vulnerabilità della vita : “Dovunque la morte, / estremo segnale, ultima meta, / ma più presente e pensata: / lei che è l’assenza”. Una vita che pur nella costante consapevolezza della fine si disfa nell’amore per le cose presenti o soltanto sperate: “ Esistere / senza disperare della brevità, /conoscendola come spazio e confine. / Ma vale ogni giorno. / Dentro la contentezza sapere che finirà”.

Si avverte in queste Simmetrie la precisa cognizione della vita e della morte, dell’universale presenza del dolore e del magro risarcimento che viene dai fugaci momenti di felicità: “ Traversare il dolore / come una stanza scura / contando i passi, i fiati. / Cercare nel chiuso / un buco, una crepa, / perché non sia memoria / ma presenza / in quell’assenza la luce. / All’uscita sapere / che toccherà tornare. / E l’allegrezza ancora / aspettando l’assalto.”

E’ un mobile universo in continuo divenire quello dell’autore, colto nel suo perenne fluire di eventi ed occasioni, un andare, tornare, e rimanere: “ Mai che l’attimo si fermi, / da guardare, capire. / Sembra una corsa. / Cogliere lembi. / Udire parole mozze, / promesse a metà. / Così risa, musiche, amori, sogni. / Tutto accennato e lasciato.”

Il nucleo tematico di Simmetrie si struttura, dunque, attorno a questo nodo esistenziale fatto di presentimenti, intuizioni, incursioni in un’altra realtà: nella consapevolezza di una duplicità del reale, che opprime con le sue parvenze illusorie ed espone a una totale solitudine: “L’idea di stare / dentro un immenso vuoto / affardellati di niente, / nel niente incespicando. / Cercarsi, nemmeno accostarsi. / Domande. Mai chiuse risposte. / Pure qui l’ora, il giorno. / Quale voce accompagna? / Quale mano conduce? / Un grumo ogni storia residua.”

Le Simmetrie rappresentano il tentativo dell’autore di squarciare il velo delle illusioni, di accettare la fragile condizione dell’uomo “inerme nel mondo che ruzzola e ruota dentro l’abisso”. La vita non è altro che un lungo tragitto in cui “non v’è ritorno, soltanto l’andare e l’addio”.

Eppure Elio Pecora non si rassegna al dolore, continua ad inseguire una felicità che va oltre il dolore: “Felice. Ma è possibile che questa felicità, / così colma, comprenda / anche tutti i disagi, tutti gli assilli?/ Il sole alto sulla piazza, la folla svagata, i cani, / la violinista con l’orchestra nel registratore, / colombi, vocii, motori, le bestemmie dell’uomo in bicicletta, / la vecchia dei fiori puzzolente di orina. Tutto visto, sentito, / e il pensiero dell’amore assente / e il pensiero di essere vivo e breve./ Felicità e disperazione.”

Elio Pecora, il poeta che ama la vita, trascende l’orrore della morte nel desiderio che sgorga dalla consapevolezza: “In ogni spigolo o lembo, / dietro le viscere e il cuore, / s’aprono spazi imprevisti/ e ancora abissi e cunicoli.”

Le simmetrieultima modifica: 2008-12-24T20:54:00+00:00da mirea1954
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