Pazzo di Vincent

Hervé Guibert, Pazzo di Vincent, Playground, pp.80, € 8

Traduzione di Maria Grazia Ruspoli

Bello come un dio in bianco e nero ospitato nel corpo leggero e tagliente del ragazzo che in pochi anni – quelli che partono dall’esordio letterario per interrompersi all’improvviso con una morte ferocemente prematura – scriverà trenta libri, quasi tutti di narrativa, seducendo un pubblico vastissimo, Hervé Guibert è approdato in Italia tardi, tardissimo anzi, soltanto grazie ai testi ultimi, pressoché postumi, vale a dire quelli (pur splendidi, meravigliosi) ai quali aveva affidato il difficile compito di raccontare il proprio calvario, l’avventura definitiva, lo scontro selvaggio destinato al fallimento tra il suo corpo e una malattia orribile, il virus maledetto che nei primi anni Novanta fu battezzato “peste del secolo”. La trilogia dell’aids, composta da Lettera a un amico che non mi ha salvato la vita, L’uomo dal cappello rosso, e Le regole della pietà, arrivò dalle nostre parti solo in virtù della sua riconducibilità a un tema tutto sommato di moda in cui il morbosismo e le umane affezioni nei confronti della morte che rendono ciascuno di noi – consapevolmente o meno – spettatore necrofilo, trovarono terreno fertile per un successo editoriale tanto vigoroso quanto prevedibile, clamore comunque destinato a spegnersi in breve tempo, considerata la natura passeggera di ogni evento mediatico.

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recensione di Ade Zeno

Pazzo di Vincentultima modifica: 2009-01-27T15:38:00+00:00da mirea1954
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