Beltegeuse. Antologia poetica

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Elpidio Jenco, Betelgeuse. Antologia poetica, a cura di Fabio Flego, con uno scritto raro di Ettore Serra e un ricordo di Giovanni Pieraccini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 2009

Elpidio Jenco appartiene oggi interamente alla condizione dei poeti dimenticati (non sempre deliberatamente, spesso solo malauguratamente o casualmente, per uno di quei giochi del destino che non sono soltanto il frutto della malignità degli uomini ma solo aspetti della condotta del mondo). Per questo motivo, riproporlo come autore in un’antologia ampia, ben impostata e ben coordinata come questa realizzata da Fabio Flego è merito non da poco.

Il fatto è che Jenco è stato facilmente confuso con i poeti della sua generazione e archiviato con una certa faciloneria come uno qualunque di essi (sic et simpliciter). Come scrive Flego nella sua Premessa al volume, il poeta di Caserta trapiantato a Viareggio è stato rapidamente assimilato agli altri scrittori di versi presenti negli stessi luoghi e nella stessa temperie in cui egli ha vissuto:

«All’ombra di un platano sul lato nord della piazza di Forte dei Marmi – il Quarto Platano, appunto, del caffè Roma –, una foto degli anni quaranta ritrae il cenacolo di scrittori e di pittori che fin dal dopoguerra, d’estate, all’imbrunire, là si riunivano attorno alla figura patriarcale di Enrico Pea, avvolto nella sua candida barba. In quell’”officina versiliese” del dibattito artistico-letterario, che oggi solo un’elegante epigrafe dettata da Piero Bigongiari ricorda, tra i Rapaci, i Carrà, De Grada, Montale e Pea, accanto ad Angioletti, siede anche, in maniche di camicia, Elpidio Jenco. […] Francesco Flora, sicuro della rispondenza della vita all’arte in Elpidio Jenc, non esita ad inserirlo nella sfera dei poeti “benedetti” ed a sottolinearne la “vena tenue, limpidamente modulata, sagacemente armonizzata nelle sue sintesi analogiche”:“discreta com’era l’uomo, incantevole figura, la cui presenza spesso silenziosa, appena schiusa a qualche sorriso e al palpito vivo dello sguardo, irradiava un’umanissima compagnia, destava e chiedeva una rispondenza d’amicizia”» (1).

Jenco appartiene, dunque, a quel cenacolo di poeti versiliesi che si radunavano tutte le estati sotto i platani della passeggiata a mare di Viareggio e che caratterizzavano con la loro presenza la vita culturale della cittadina balneare. Ma questo, ovviamente, non basterebbe a definire la figura lirica del poeta stesso né sarebbe sufficiente a dare una valutazione di merito della qualità della sua scrittura. In realtà alla conoscenza compiuta della sua biografia culturale mancano troppi elementi se lo si riduce a quella dell’autore di versi stagionali e di precursore in epoca non sospetta della tradizione ermetica.

L’elemento di discrimine nella non abbondantissima (ma sicuramente rilevante) produzione di Jenco è data dal suo amore per la lirica orientale e per le sue forme compositive, una passione questa che lo spinse a fondare nel 1920, con alcuni amici e sodali e soprattutto insieme a Harukichi Shimoi, allora titolare dell’insegnamento di giapponese presso l’Istituto Orientale di Napoli, la rivista Sakurà. Essa ebbe vita breve (cessò le pubblicazioni nel marzo del 1921) ma rappresentò una pietra miliare nel panorama culturale italiano che guardava all’Oriente in maniera né approssimativa né provinciale e, soprattutto, non folcloristico.

Giuseppe Panella

Beltegeuse. Antologia poeticaultima modifica: 2009-09-25T12:42:00+00:00da mirea1954
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