29/09/2009

La passion predominante. Perchè la letteratura

di Francesco Sasso

La passion predominante. Perché la letteratura (Liguori Editore, 2009) è il breve racconto della storia intellettuale e morale di Giulio Ferroni, un dei maggiori storici della nostra letteratura, docente all’università La Sapienza di Roma.

Dietro le convinzioni di oggi, ci dice Ferroni, ci sono gli anni della sua infanzia e della prima giovinezza, i giochi infantili, gli incontri con amici e compagni, e altrettanti scontri. E ci sono tante esperienze culturali: le prime scoperte letterarie, il suo De Sanctis e Croce, l’insegnamento di Walter Binni, la scoperta dello strutturalismo, il confronto con le innumerevoli proposte venute da tanta parte della critica contemporanea europea e americana, i tanti libri che ha letto e i tanti che ha scritto. Come nasce quindi la passion predominante?

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Romanziere?

naturalmente l’obiettivo finale sono sempre le major editoriali che, cattivone, prediligono i romanzi ai racconti, ovvero la quantità alla qualità, in barba al glorioso canone del Novecento che ha elevato a sommi esiti il racconto, da Calvino a Morante a Moravia a Buzzati passando per Pirandello et cetera,
ecco, qua mi pare che si proceda un po’ troppo per semplificazioni, giocando con le stesse armi, sarebbe facile obiettare che non c’è alcun “grande” del Novecento che abbia conquistato più fama con i racconti, piuttosto che con i romanzi, e sarebbe ancor più facile esortare chi ( a parole pubbliche) è pro-racconto a trasformare in testi da trenta cartelle romanzi come Gli indifferenti o Il Deserto dei Tartari,
forse alla base di questi giudizi un po’ tranchant c’è il vizio di ignorare la volontà dell’autore, al di là degli esiti della sua opera; equivale a pensare agli autori di romanzi come del tutto succubi delle case editrici, le quali sarebbero in grado di ordinare e premeditare non solo la lunghezza, ma anche la struttura e l’organicità delle opere dei loro scrittori; ora, la maggior parte degli autori che conosco scrive sia racconti che romanzi, e pubblica entrambi, ed è in grado di riconoscere quando un’idea può concretizzarsi in racconto o in romanzo, certo, esistono sempre le eccezioni, magari qualcuno salterà fuori a dire che non è vero, io volevo fare un racconto e invece ho scritto un romanzo, o viceversa, ma quello che respingo è l’idea che tale scelta dell’autore sia di norma predeterminata dalle case editrici,
eppoi noto che molti recensori (spesso gli stessi che lodano le virtù del racconto), quando si tratta di stroncare un romanzo, chiosano serialmente con un ah, si vede che non ha il passo del romanzo, o con un eh, si vede che al massimo può scrivere racconti; allora, che si mettessero d’accordo con se stessi,
massì, romanziere non è malaccio, più romanzieri per tutti, questa potrebbe essere la risposta alle parole di Gilda Policastro, su Alias del 12 settembre, quando (nella recensione dell’ultimo libro di Chiara Valerio) lamenta che “c’è un’intera generazione che ha di nuovo perso (dopo l’overdose giallistico-criminalogica-sociale) la volontà e il desiderio di raccontare l’esterno.” Che diamine, per un romanziere l’esterno è il pane quotidiano.

Paolo Cacciolati

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27/09/2009

Una terribile eredità

di Alberto Pezzini

Una storia di cannibali. Sangue, morte, sole e mare. Non è un’antitesi impossibile se pensate che a Cuba vive un mondo di magia e sesso che materia quasi l’aria.

Gordiano Lupi, Una terribile eredità, Perdisa 2009, pagg. 125, euro 12,00, è un romanzo capace di far vedere il sangue come il rhum. E’ una storia dove le pagine scorrono come venti sul mare. Un soldato cubano viene inviato a combattere in Angola per un’ideologia che non si può contestare. Qui resta, male, per cinque lunghi anni. Per sopravvivere si culla in cuore un figlio nato quando è partito ed il sorriso caldo della sua Clara, una cubana dolce come una banana cotta nel rhum. Solo che per sopravvivere in un deserto dove la vita non può andare avanti è costretto a cibarsi dei propri compagni. Diventa cannibale per non morire.

La sua vita subisce una torsione fortissima, psichiatrica e lui annega in un mare oscuro, anche quando torna a Cuba.

Gordiano Lupi è un maledetto incantatore. Conoscitore fin nelle midolla più fresche di Cuba, è uno dei suoi cantori più poetici e senza filtri. Traduttore dei romanzi del cubano Alejandro Torreguitart, oggi cura la versione italiana del blog “Generacion Y”( La Stampa l’ha fatta conoscere in Italia NdR) della scrittrice cubana Yoani Sanchez di cui ha anche curato il suo primo libro Cuba libre (Rizzoli 2009). In questa prova esce però dagli schemi. Sa cosa vuol dire correre fuori dal recinto. La storia di un cannibale a Cuba è forte. E’ la storia di una mania omicida che imprigiona a poco a poco il suo ospite, un protagonista che sembrava all’inizio un uomo normale. Molto sesso, mai esasperato, ed anzi evocato con pochi tocchi da intenditore. La trasformazione si verifica a Cuba. Non basta il suo mare per allontanare quello che può essere un demone maledetto. E’ una sorta di libro allucinato su quello che potrebbe accadere veramente nella realtà. Trattare della guerra è sempre difficile. Lupi capisce cosa possano diventare certe ferite mai rimarginate, che continuano a fare male. Ma non in superficie. E si lascia andare dentro ad un’atmosfera che ghiaccia i polsi. La santeria, quel complesso magico di credenze e superstizioni che hanno però un profondo perché, viene spiazzata da una mania omicida compulsiva che non pare poter lasciare eredità.

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Acasadidio

“Ogni opera è un pezzo di mondo, un tessuto di relazioni e domande che diventa testo”, premette Giorgio Morale alle sue parole di ringraziamento che completano il volume. Parole che chiariscono, certo, il canone prescelto e le ragioni del suo scrivere, ma che paiono soprattutto confermare, a lettura ultimata dell’opera, la sua distanza dalla moltissima narrativa destinata all’intrattenimento e al successo di pubblico, piuttosto che rispondere ad un’urgenza espressiva e testimoniale. Sono uno di quei lettori che non leggono per passare il tempo ma per apprendere, possibilmente, qualcosa, cercando in una storia bellezza, originalità, acutezza di sguardo sul mondo e sull’uomo. E proprio l’acutezza e persuasività di sguardo – dentro la finzione letteraria – mi sembrano qualità preminenti in questo romanzo esemplare di Giorgio Morale, restitutivo di verità, appunto, piuttosto che di una bellezza che sorvola o pervade le pagine ma senza mai sporcarsi con le cose di questo mondo; bellezza a cui si può giungere, comunque, per reazione, dopo avere attraversato le lande desolate del quotidiano disincanto; l’abbrutimento è spesso inconsapevole in chi lo subisce; ma quasi mai disgiunto dal cinismo di chi lo crea o favorisce: “…Perché le persone sono così: come le tratti, diventano”, si annota nella seconda pagina dell’opera; a cui noi aggiungeremmo, parafrasando, a libro richiuso: “perché le persone sono così, e come gli consentiamo di fare, diventano.”

Giovanni Nuscis

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25/09/2009

Beltegeuse. Antologia poetica

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Elpidio Jenco, Betelgeuse. Antologia poetica, a cura di Fabio Flego, con uno scritto raro di Ettore Serra e un ricordo di Giovanni Pieraccini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 2009

Elpidio Jenco appartiene oggi interamente alla condizione dei poeti dimenticati (non sempre deliberatamente, spesso solo malauguratamente o casualmente, per uno di quei giochi del destino che non sono soltanto il frutto della malignità degli uomini ma solo aspetti della condotta del mondo). Per questo motivo, riproporlo come autore in un’antologia ampia, ben impostata e ben coordinata come questa realizzata da Fabio Flego è merito non da poco.

Il fatto è che Jenco è stato facilmente confuso con i poeti della sua generazione e archiviato con una certa faciloneria come uno qualunque di essi (sic et simpliciter). Come scrive Flego nella sua Premessa al volume, il poeta di Caserta trapiantato a Viareggio è stato rapidamente assimilato agli altri scrittori di versi presenti negli stessi luoghi e nella stessa temperie in cui egli ha vissuto:

«All’ombra di un platano sul lato nord della piazza di Forte dei Marmi – il Quarto Platano, appunto, del caffè Roma –, una foto degli anni quaranta ritrae il cenacolo di scrittori e di pittori che fin dal dopoguerra, d’estate, all’imbrunire, là si riunivano attorno alla figura patriarcale di Enrico Pea, avvolto nella sua candida barba. In quell’”officina versiliese” del dibattito artistico-letterario, che oggi solo un’elegante epigrafe dettata da Piero Bigongiari ricorda, tra i Rapaci, i Carrà, De Grada, Montale e Pea, accanto ad Angioletti, siede anche, in maniche di camicia, Elpidio Jenco. […] Francesco Flora, sicuro della rispondenza della vita all’arte in Elpidio Jenc, non esita ad inserirlo nella sfera dei poeti “benedetti” ed a sottolinearne la “vena tenue, limpidamente modulata, sagacemente armonizzata nelle sue sintesi analogiche”:“discreta com’era l’uomo, incantevole figura, la cui presenza spesso silenziosa, appena schiusa a qualche sorriso e al palpito vivo dello sguardo, irradiava un’umanissima compagnia, destava e chiedeva una rispondenza d’amicizia”» (1).

Jenco appartiene, dunque, a quel cenacolo di poeti versiliesi che si radunavano tutte le estati sotto i platani della passeggiata a mare di Viareggio e che caratterizzavano con la loro presenza la vita culturale della cittadina balneare. Ma questo, ovviamente, non basterebbe a definire la figura lirica del poeta stesso né sarebbe sufficiente a dare una valutazione di merito della qualità della sua scrittura. In realtà alla conoscenza compiuta della sua biografia culturale mancano troppi elementi se lo si riduce a quella dell’autore di versi stagionali e di precursore in epoca non sospetta della tradizione ermetica.

L’elemento di discrimine nella non abbondantissima (ma sicuramente rilevante) produzione di Jenco è data dal suo amore per la lirica orientale e per le sue forme compositive, una passione questa che lo spinse a fondare nel 1920, con alcuni amici e sodali e soprattutto insieme a Harukichi Shimoi, allora titolare dell’insegnamento di giapponese presso l’Istituto Orientale di Napoli, la rivista Sakurà. Essa ebbe vita breve (cessò le pubblicazioni nel marzo del 1921) ma rappresentò una pietra miliare nel panorama culturale italiano che guardava all’Oriente in maniera né approssimativa né provinciale e, soprattutto, non folcloristico.

... Giuseppe Panella

12:42 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

La bolla di componenda

Benché il personaggio del commissario Montalbano non mi abbia mai  appassionato più di tanto, ho sempre apprezzato il Maestro siciliano che l’ha inventato. So che lui sa che cos’è la letteratura, altro che, se lo sa; molti suoi libri ce lo dimostrano. So anche che egli è in possesso, come pochi, di quelle doti rabdomantiche dello scrittore che sa farsi leggere. Stendhal nel suo brogliaccio autobiografico del Broulard tracciava con una punta  di china la “route de l’art de se faire lire” accanto alla “route de la folie”: perché, in effetti, è da matti   scrivere credendo  di sapere, o anche solo desiderare,  farsi leggere. Camilleri è un matto di questo tipo, un matto cui è riuscito di congiungere  le due vie stendhaliane. E visto il successo che ha avuto il suo leggibilissimo Montalbano (che sub specie televisiva segue tranquillamente, senza turbare nessuno, lo stupefacente TG1 minzoliniano, zeppo  di stratosferica componenda), qualche volta si è lamentato del successo (o della “folle” leggibilità?) di Montalbano, ricordando che lui è anche uno scrittore impegnato, non solo uno scrittore gastronomico: è dopotutto o soprattutto lo scrittore de La bolla di componenda!

12:40 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

22/09/2009

La porta

La porta.
Era.
Di ferro.
Certe volte di ghiaccio.
Perfino
di umano
costato,
allora il suono
del bussare
si faceva sordo
impossibile da ascoltare.

*

Molti corridoi.
Conducono alla porta.
Circondano la porta.
Molti corridoi
davanti alla porta.
Dietro alla porta.
Invisibili.

Livia Candiani

13:36 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

L'arreta bianca

Busta

Porgo
all’improbabile destinazione
la più grande parte del dubbio
e mi tengo la lettera
la zigrinatura della carta tagliente
la punta della lingua
un pochino ferita
così mi tengo un istante
la sincerità di queste parole
che non ti ho scritto

Ghjacumu Thiers

13:33 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

18/09/2009

Il gioco della verità

Andrea Carraro è uno scrittore che apprezzo particolarmente. La sua più recente fatica letteraria si intitola “Il gioco della verità” (14 euro, 215 pagg.), una raccolta di racconti pubblicata da Hacca Edizioni. Come ha opportunamente evidenziato Andrea Di Consoli, questi racconti “ci dicono qualcosa di definitivo sul male oscuro della piccola-borghesia italiana, incarcerata in reticenze e rabbie covate troppo a lungo, e in tristi ritualità di un benessere di facciata (…). Con Carraro, proprio nel mentre i suoi uomini crollano a terra, la vita diventa ancora sopportabile, perché la grigia esistenza viene d’improvviso illuminata dall’apertura – a ventaglio, come uno squarcio di luce – della verità della scrittura. Proprio quest’assenza di infingimenti, questa lingua grigia e solida come il ferro, questo sguardo impudico e fermo, rendono ancora chiare e possibili, nell’opera di Carraro, parole difficili come realtà e verità”.

22:46 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Tra splendore e incandescenza

Alla ricerca dei poeti dimenticati. Piero Bigongiari, Tra splendore e incandescenza, a cura di Fabio Flego, con una Premessa (Di una vocazione d’amore) di Gaetano Chiappini, Viareggio (LU), Pezzini Editore, 1996

 

Tra splendore e incandescenza è una delle ultime testimonianze poetiche di Piero Bigongiari, scomparso nel 1997, un po’ più di un anno dopo la pubblicazione di questo smilzo e significativo mannello di liriche enigmatiche e interrogative.

Bigongiari è stato sicuramente uno dei più significativi protagonisti della poesia italiana del dopoguerra ed uno dei suoi “padri nobili” in senso non soltanto metaforico.

Come scrive Silvio Ramat nell’unica antologia poetica che del poeta di Navacchio sia stata realizzata durante la sua vita:

«La poesia, che si rifiuta alla mediocrità falsante della parafrasi, non accetta neanche la violenza del “lasciarsi spiegare”. Così i numerosi scritti bigongiariani sulla (e di) teoria letteraria, così gli interventi sulla pittura (barocca e novecentesca) e gli studi sui poeti moderni (l’Otto-Novecento italiano, da Leopardi in qua e, con sollecitazioni fors’anche maggiori, francese: da Rimbaud a Bonnefoy), non meno delle stesse postfazioni densissime ai propri libri poetici più recenti (Torre di Arnolfo, Antimateria, Moses), agiscono con pari determinazione in un senso che, l’ho appena detto, non è esplicativo bensì complicativo e tendenzialmente suscitato ad infinitum.

22:42 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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