18/11/2009
Ci metto la firma
Mariano Sabatini, autore e giornalista per la carta stampata, la radio e la televisione ha pubblicato, di recente, per i tipi di Aliberti, un libro rivolto al mondo del giornalismo. Il titolo è piuttosto evocativo: “Ci metto la firma! – La gavetta dei giornalisti famosi”. Propongo, di seguito, la recensione e intervista realizzate da Maria Lucia Riccioli.
(Massimo Maugeri)
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Recensione e intervista di Maria Lucia Riccioli
Ci metto la firma! – La gavetta dei giornalisti famosi (Aliberti editore) È la nuova fatica di Mariano Sabatini, autore e giornalista per la carta stampata, la radio e la televisione. Una serie di interviste a nomi “eccellenti” del giornalismo italiano, dai “grandi vecchi” come Zucconi e la Cambria alle nuove leve che saranno i punti di riferimento per i giornalisti di domani, dai cronisti sportivi a quelli che ci raccontano i cambiamenti di costume e le trame della politica. Editoriali e inchieste, scoop e rubriche…
Un libro che si legge con curiosità e che potrebbe essere un ottimo aiuto per approcciarsi ad un mondo spesso mitizzato, ad una figura che il cinema e i romanzi ci hanno presentato di volta in volta come eroica o cinica e disincantata. Mariano Sabatini fa sfilare davanti ai nostri occhi i nomi e le esperienze di uomini e donne accomunati da un mestiere affascinante. Riusciamo quasi a vederli, dal loro primo giorno tra titoli, occhielli e sommari, alle loro giornate attuali, divise tra computer, riunioni, incontri, conferenze.
Pensiamo ai mitici cronisti dello scandalo Watergate, a tanti corrispondenti di guerra, ai grandi viaggiatori – Moleskine e matita in mano – pronti a raccontarci mondi esotici e popoli lontani. Come saranno i giornalisti dell’era di Internet? Quali nuove sfide dovranno affrontare per informare, commentare, divulgare, criticare in un mondo sempre più globalizzato?
Dopo Trucchi d’autore e Altri trucchi d’autore (usciti rispettivamente nel 2005 e nel 2007 per Nutrimenti editore) in cui le domande erano rivolte a poeti e scrittori, stavolta Sabatini ci proietta nel mondo delle redazioni giornalistiche e televisive, tra un briciolo di nostalgia per le Olivetti 22 e le lampade schermate di verde e la passione per un mestiere che oggi richiede nuove competenze e utilizza gli strumenti delle nuove tecnologie.
E adesso… chi di domanda ferisce, di domanda perisce. Vediamo come risponde Sabatini al fuoco di fila di domande cui ha sottoposto i suoi intervistati.
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Santo mostro
Allan Gurganus, Santo mostro, Playground, Traduzione di Maria Baiocchi, € 16, pp 224
Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia L’ultima vedova sudista vuota il sacco (presso l’editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all’enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato negli Stati Uniti la pubblicazione di questo a dir poco fluviale romanzo (oltre 1170 fittissime pagine premiate, tra l’altro, con il “Sue Kaufman Prize” e con la diffusione in ben dodici lingue, per un totale di oltre due milioni di copie vendute) non corrispose, dalle nostre parti, un altrettanto meritato clamore. Ormai rintracciabile solo più sulle bancarelle, o al massimo sugli scaffali virtuali di qualche portale specializzato, quella pachidermica edizione risulta oggi perlopiù dispersa, smarrita, affidata allo stesso ingiusto destino condiviso dalle miriadi di altre notevoli opere che, malgrado il loro indiscutibile spessore, si trovano troppo spesso a spartire la propria grandezza con il nulla. Non sarà superfluo, allora, affermare che quella ostica e mirabolante Vedova varrebbe la pena ristamparla, perché l’epopea di Lucy Mardsen (la vecchietta quasi centenaria che con monologhi mozzafiato e aneddoti saltimbancheschi narrava in prima persona le vicende di una famiglia sospesa fra i ricordi della guerra di secessione americana e gli oblii di un ospizio chiamato, assai profeticamente, “Capo Linea”) è una storia che meriterebbe davvero l’attenzione di pubblici oceanici. Premessa doverosa per introdurre l’avvento di un nuovo (meno epico, d’accordo, ma ugualmente valoroso) titolo firmato dallo stesso autore del capolavoro perduto, e oggi lanciato (con una più che apprezzabile traduzione) dalla tanto piccola quanto meritevole editrice Playground.
... Ade Zeno
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17/11/2009
Reportage dal South Carolina
Testo e foto di Giovanni Agnoloni (già pubblicati su AlibiOnline)
Ho realizzato questo viaggio, queste foto e questi filmati con Agnieszka Moroz, che oggi non è più fisicamente con me, ma continua e continuerà sempre ad accompagnarmi. Tutto quello che scrivo, da oggi, è anche e soprattutto per lei.
Quando atterrammo a Charleston, South Carolina, ci accorgemmo subito che il tempo era tutta un’altra cosa, rispetto al Maryland e alla Pennsylvania, da cui arrivavamo. Se lì la primavera era appena agli inizi, qui era quasi sfacciata.
Massimo Maggiari, scrittore e docente di Studi Italiani al College of Charleston, ci aspettava nella sala degli arrivi. Era la prima volta che ci incontravamo, dopo numerosi scambi di e-mail e varie chiacchierate via Skype. Avevo letto il suo Dalle terre del Nord (ed. Vivalda), un bel libro sulle solitudini sub-polari e alpine, e lui era rimasto incuriosito dalle mie ricerche tolkieniane e dalle mie attività letterarie su internet e non. Così mi aveva invitato a parlare ai suoi studenti, non solo di fantasy, ma anche del mestiere di scrittore in Italia, oggi.
Massimo, appassionato di sciamanesimo, porta sempre il suo tamburo inuit, nel sedile posteriore dell’auto. Lo picchiettò subito, per darci in benvenuto. Poi partimmo verso la città. Tutt’intorno c’erano un’atmosfera e un paesaggio pre-tropicali. Vegetazione abbondante e fiumi larghi, che sapevano di oceano. Infine arrivammo in centro.
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Ho spento gli orologi
Il tempo si deve fermare. Mario Sodi, Ho spento gli orologi, con le immagini fotografiche di Vittore Tappari, Firenze, Florence Art Edizioni, 2008
Time must have a stop, citando il titolo originale di un famoso romanzo di Aldous Huxley del 1944, sembrano dire all’unisono le belle immagini fotografiche di Vittore Tappari e i versi di Mario Sodi che le commentano e le affiancano. Le ambizioni poetiche di Sodi, tuttavia, non si esauriscono nell’appoggiarsi alle visioni dell’occhio lungimirante di Tappari. Nella sua parte di introduzione al volume, infatti, esse vengono spiegate così:
«Quando Vittore Tappari mi mostrò le sue foto, provai un’intensa emozione. Tutto – paesaggi, case, persone, animali – mi rivelò il suo partecipe amore per la Natura. Fra le molte immagini, una in particolare mi colpì, misteriosa, austera ed insieme tenerissima: fra monti sfumati di nebbia la casa raccolta, quasi rannicchiata nella sua ombra segreta. Ed io rividi nel silenzio dei lunghi inverni il mio corpo bambino accolto da quello di mia madre; e nello stesso istante sentii il fuoco e la voce di una donna, simile a me, che mi porgeva vino e melagrana. Il passato divenne d’un tratto presente. Il mio spirito era penetrato nel cuore dell’immagine ed aveva fermato il tempo. Questo avvenne anche per le altre figure, perché avevo lasciato la mia corsa fissando il mio occhio segreto su ogni creatura accolta dal desiderio di Conoscenza. Avevo spento i miei orologi: udivo solo parole che scaturivano nel silenzio, gocce che lentamente scendevano dalla Caverna a formare, senza rumore, la nuova roccia» (p. 5).
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13/11/2009
Roma per le strade 2
Io.
L’io… io! Il più lurido di tutti i pronomi!
Io cammino e la strada mi è amica.
Mi torna in mente mentre mi riapproprio di me stessa, mi torna in mente questo pidocchio schifoso di pronome. Io.
Il mio corpo respira, ogni poro della mia pelle si dilata ad accogliere il suo tempo e il suo spazio. Vado a fare la mia terapia settimanale. La mia gamba sinistra ha ancora bisogno di cure. Il lato sinistro del mio corpo è sempre stato il più fragile: devo proteggerlo, difenderlo, rinforzarlo.
Quando cammino mi sento intera. Non più fratturata: l’abisso tra corpo e mente si colma della materia di cui è fatta la vita. Di tanto in tanto mi accorgo che è la gamba destra a determinare l’andatura e a trascinare con sé l’altra, ma questa consapevolezza non mi ferma. Il mio ritmo è costante. Quando cammino a Roma capisco, mi rivelo a me stessa.
Epifania.
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Il commento definitivo
Da Decollo (Décollage, 1986)
PROGRAMMA DEL MORTO
un’enfasi un naufragio in trompe-l’œil
il posto dell’orlo in un dettaglio di tempesta
il lenzuolo bianco è l’acqua la terra è una schiuma
di relitti un grande pianoro di cadaveri
un ritorno di storia cucita sopra le palpebre non sotto gli occhi
appena prima degli occhi
ciò che filtra immancabile facciata malata dello sguardo
lo sbieco tra il nervo ottico e l’apparecchiatura della visione
proprio prima della combinazione delle fasce di colore
un nascondiglio iniziale deformante protettore
una stazione provvisoria nell’officina del brain
formula detta del << è giallo è un’arancia >>
benda sciolta l’ultravioletto il più lontano
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12/11/2009
L'abitudine al sangue
Giorgia Lepore vive in Puglia, a Martina Franca. È archeologa e insegnante di storia dell’arte nelle scuole superiori. Ha al suo attivo varie coordinazioni di scavi in siti archeologici di tutta Italia e pubblicazioni in riviste specializzate e atti di convegni. Con la pubblicazione del romanzo “L’abitudine al sangue” (Fazi), esordisce anche come romanziera.
Si tratta di un romanzo storico dove protagonista è Giuliano, figlio dell’imperatore di Bisanzio, posto dal padre a capo dell’esercito suo malgrado. Il giovane non riesce a sopportare l’idea della perdita di vite umane, la vista e l’odore del sangue. Con l’aiuto dell’amata Eucheria trova il coraggio di ribellarsi al ruolo impostogli, ma subisce la dura e impietosa vendetta paterna. “L’abitudine al sangue” – romanzo ben scritto, avvincente, dolente e capace di indurre alla riflessione – approfondisce, tra le altre cose, il difficile percorso interiore del protagonista.
Ho avuto modo di discuterne con l’autrice.
... Massimo Maugeri
09:18 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Ruderi del Tauro
da acque reali
(acque reali)
I lavoranti oscurano il pensiero
al sole, tengono l’ombra in tasca
coi fazzoletti marci di sudore.
La strada nuova aprono i picconi,
alla valle normanna già dirupi
fioriscono terrazze, acque reali.
Muovono i carri verso la marina,
i bordonari si levano nell’alba.
Il folle zio Domenico è veggente,
urla gli incendi le miserie il secco.
09:16 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | OKNOtizie |
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11/11/2009
L'utopia concreta
Periodo per eccellenza dei contrasti della modernità, dei conflitti e degli eccessi prodotti dall’evoluzione economica e politica, il Sessantotto non ha mai smesso di raccontarsi.
Percorrere con lucidità gli anni in cui si manifesta in Italia un forte movimento degli studenti che, pur nella diversità dei “gruppi”, esprimevano rivendicazioni antiautoritarie e anticapitalistiche, anche sulla scorta del movimento operaio, collegato, per molte vie, alla rivolta di maggio degli studenti francesi, è operazione utile per comprendere la società italiana di oggi.
23:05 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Rifrazioni del sublime
«Sublime. Termine designante un tipo di esperienza estetica – fatta oggetto di ampia discussione – che è distinta da quella di bello. Nell’estetica contemporanea ogni riferimento al sublime è da tempo caduto in disuso. Già Benedetto Croce negava a questo concetto una genuina valenza estetica, ravvisando in esso un esclusivo riferimento morale; ma neppure in questa sede la filosofia del nostro secolo ha ritenuto opportuno riservare al sublime sviluppi concettuali nuovi o fecondi»
(Enciclopedia Garzanti di Filosofia)
«Rifrazione. Deviazione dei raggi luminosi, rispetto alla direzione originaria, che si verifica sulla superficie di separazione di due mezzi otticamente diversi quando i raggi passano dal primo al secondo mezzo» (Enciclopedia Europea Garzanti)
1. Sul crinale dell’ombra: considerazioni inattuali
L’esercizio della ricerca può insegnarci a evitare equivoci, non a fare scoperte fondamentali. Ci rivela le nostre impossibilità, i nostri limiti severi. Questa mia possibile ricostruzione teorica con variazioni sul tema del sublime può essere attribuita ad un genere: la storia concettuale di figure (o momenti) dell’esperienza estetica e letteraria. Si tratta di un tentativo che ha bisogno di un terreno assai fertile di coltura per avere qualche possibilità di successo dato che l’espressione prima utilizzata può essere considerata quasi un ossimoro: il concetto si forma attraverso astrazioni, la letteratura (la poesia, soprattutto) mediante le sue immagini, i suoi sogni, i suoi miti fondativi.
La ricerca prova a convogliare e a far confluire, in un unico alveo, diversi e maestosi fiumi. Il maestro di questo genere filosofico-letterario è stato, in anni ancora non troppo lontani, Eugenio Garin. In quello saggistico, non temo di fare i nomi di Jorge Luis Borges, Paul Valéry e Miguel de Unamuno. Modelli forse irraggiungibili, naturalmente, ma pur sempre modelli di un tentativo di portare i concetti e la vita fino a un limite estremo di tensione. Le pagine che seguiranno tentano di percorrere una via intermedia che non è ancora la “via regia” della filosofia ma non vuole neppure rivolgersi soltanto al puro sensazionalismo della scrittura, al vuoto ricercare a vuoto l’effetto della parola bella perché vuota di senso e non riempibile se non di effimere alchimie verbali…
23:03 Scritto da: mirea1954 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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