01/10/2008

Il crepuscolo di Zuckerman

Una pagina dal romanzo di Philip Roth «Il fantasma esce di scena»: l'alter ego dello scrittore, vecchio e malato, fa i conti fra passato e presente
PHILIP ROTH

Ecco perché, in un modo per me insolito, oggi lavoro più in fretta che posso, finché posso, anche se sono incapace di procedere con la rapidità che dovrei avere proprio a causa dell’ostacolo mentale che sto cercando con tutte le mie forze di aggirare. Non c’è più nulla di certo se non che questo sarà probabilmente il mio ultimo insistente tentativo di andare brancolando in cerca di parole che possano combinarsi nelle frasi e nei paragrafi di un libro. Perché oggi è un continuo brancolare, un brancolare che va ben oltre l’ansiosa ricerca di scioltezza che è comunque lo scrivere. Durante l’ultimo anno di lavoro al romanzo appena inviato all’editore ho scoperto che ogni giorno dovevo battermi contro la minaccia dell’incoerenza.

Una volta finito - una volta, cioè, che, dopo quattro stesure, non potevo andare oltre - non capivo se a essere guastata da una mente in disordine era la lettura del manoscritto completo o se la mia lettura era accurata ed era invece la mente in disordine a specchiarsi nella scrittura. Come sempre, spedii il manoscritto al più acuto dei miei lettori, secoli fa studente con me all’università di Chicago, nel cui intuito ripongo la massima fiducia. Quando per telefono mi diede il suo parere, compresi che aveva rinunciato al suo solito candore e che, per gentilezza, non diceva la verità allorché dichiarò di non essere il miglior giudice di questo libro e si scusò per non avere niente di utile da dire, in ragione del fatto che si trovava pochissimo in sintonia con un protagonista al quale andava tutta la mia comprensione, così poco in sintonia da aver perso ogni interesse per lui e quindi da non potermi essere utile.

Non insistetti, e non rimasi neanche sconcertato. Compresi la tattica che celava i suoi pensieri, anche se, ben conoscendo le facoltà critiche del mio amico, e sapendo che le sue osservazioni non erano mai fortuite, avrei dovuto essere molto ingenuo per non preoccuparmene. Invece di suggerirmi di iniziare una quinta stesura - perché aveva immaginato dalla quarta che apportare i grossi cambiamenti ai quali pensava avrebbe significato far pagare un prezzo esorbitante a ciò che restava intatto delle mie facoltà -, non trovò di meglio che dare la colpa agli inesistenti limiti delle sue, come una mancanza di sensibilità immaginativa, piuttosto che a quanto, in base alle sue conclusioni, ormai mancava in me. Se avessi interpretato correttamente il suo verdetto - se, come credevo, la sua lettura era una penosa ripetizione della mia -, che dovevo fare di un libro al quale avevo lavorato per quasi tre anni e che consideravo, sì, insoddisfacente, ma anche ormai finito? Non essendomi mai trovato mai trovato in un situazione simile - essendo sempre stato capace, in passato, di ricorrere all’inventiva e di trovare le energie per arrivare, seppur faticosamente, a una soluzione -, pensai a quello che avevano fatto due scrittori americani di prim’ordine quando avevano avvertito un declino nelle loro forze o una debolezza in un’opera che opponeva un’ostinata resistenza a ogni rimedio.

Potevo fare come aveva fatto Hemingway - e non soltanto verso la fine della sua esistenza, quando la forza monumentale e la vita attiva e il piacere dell’aspro conflitto erano stati sostituiti dalle randellate del dolore fisico, della degradazione alcolica, della stanchezza mentale e della depressione con tendenze suicide, ma negli anni belli, quando la sua forza era inesauribile, la sua bellicosità raggiante e la superiorità della sua prosa affermata in tutto il mondo - e mettere da parte il manoscritto, o nel tentativo di riscriverlo più avanti o lasciarlo inedito per sempre. O potevo fare come Faulkner e pretendere caparbiamente la pubblicazione del manoscritto completato, lasciando che il libro a cui avevo tanto lavorato, e che non poteva più migliorare, arrivasse al pubblico così com’era e gli desse le soddisfazioni che poteva.

Avevo bisogno di una strategia per resistere e andare avanti - chi non ne ha bisogno? - e giusta o sbagliata che fosse, e comunque andassero le cose, quella che scelsi fu la seconda, anche se credevo solo vagamente che avrebbe avuto un effetto meno dannoso sulla mia capacità di farmi strada del crepuscolo del mio talento senza macchiarmi di un disonore troppo grande. E questo accadde prima che la lotta diventasse dura com’è oggi e il deterioramento fosse arrivato fosse arrivato a questo punto: dove anche la più incerta salvaguardia è assolutamente introvabile, dove non si tratta solo del fatto che non sono più capace, dopo un giorno o due, di ricordare i dettagli del capitolo precedente ma, cosa inverosimile, di essere incapace, dopo qualche minuto appena, di ricordare gran parte della pagina precedente.

Quando avevo deciso di cercare l’aiuto della medicina a New York, quello che perdeva non era soltanto il mio pene, e il cattivo funzionamento non riguardava soltanto lo sfintere della vescica; e la sciagura annunciata non era tale che io potessi continuare a sperare di limitare la perdita solo al corpo. Questa volta era la mente, e questa volta il mio presentimento stava ricevendo qualcosa di più di un breve preavviso, anche se, a quanto ne sapevo, non molto di più).

© 2007 by Philip Roth - All rights reserved
© 2008, Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino, trad. di Vincenzo Mantovani


(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 27 settembre)

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22:26 Scritto da: mirea1954 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: recensioni, libri | OKNOtizie |  Facebook

15/09/2008

La poesia dei numeri, ultima seduzione

Storie bizzarre e luoghi comuni: così i geni dei teoremi e delle formule hanno conquistato romanzi, film e fiction televisive
 

La poesia dei numeri, ultima seduzione
Il vincitore del premio Strega si misura con «Il matematico indiano» di David Leavitt

Esiste una consolidata iconografia del Genio Matematico — ribelle, scostante, matto da legare, autistico o quasi — e, a ogni matematico cui venga riconosciuto questo status, è assicurato un bagaglio aneddotico più o meno ricco, in proporzione al talento dimostrato. Si narra, ad esempio, che al giovane Gauss ancora scolaro fu inflitta la punizione di sommare i numeri dall'1 al 100. Con buona pace dell'insegnante, lui fornì il risultato in pochi secondi, invocando il principio semplificatore per cui le coppie di numeri in posizioni simmetriche rispetto al centro della successione danno tutte come somma 101 (1+100=101, 2+99=101, ..., 50+51=101).
Realtà o invenzione che sia, o combinazione sapiente delle due, questo episodio è un modo efficace, e forse l'unico, di accostarsi al mistero che appartiene a certe menti prodigiose. D'altra parte, la genialità è un potente motore narrativo in quanto ha a che fare con l'ignoto e con l'inconoscibile e non c'è da stupirsi che sia al centro di tante storie: film di successo, come Will Hunting o A beautiful mind, e addirittura fiction televisive — sono queste a sancire definitivamente l'emergenza di un fenomeno — come Numb3rs. Dagli aneddoti storici fino ai serial hollywoodiani, le caratteristiche del Genio Matematico sono quasi sempre le stesse e sono codificabili in una serie di binomi: genio e sregolatezza, genio e precocità, genio e isolamento, genio e malattia. Il talento e il suo rovescio, insomma: il dono e lo scompenso che si paga per averlo. Nel romanzo Il matematico indiano (Mondadori, pagine 608, e 20), David Leavitt fa coraggiosamente i conti con questa iconografia, raccontando la storia (vera) del più emblematico fra i Geni Matematici: Srinivasa Ramanujan. Coraggiosamente, sottolineiamo, perché una delle sfide più difficili per un romanziere è proprio riuscire a spremere della buona letteratura da un cliché così abusato. Che Leavitt ci riesca in pieno, tanto vale dirlo subito.

La scena si svolge quasi interamente a Cambridge, nel microcosmo protetto del Trinity College, prima durante e immediatamente dopo il primo conflitto mondiale. Il sabato sera gli Apostoli si riuniscono davanti a un focolare, per rileggere e discutere saggi conservati in un vecchio baule. Sono i membri di una società segreta, la cui segretezza ormai «è una barzelletta» e vengono identificati da un numero. La maggior parte di loro è fatta «in quel tal modo» — vale a dire «omosessuale» — e tra i confratelli spiccano personalità del calibro di Russell, Littlewood, Whitehead e Wittgenstein. Godfrey Harold Hardy, che del romanzo di Leavitt è il vero protagonista, è il numero 223.

Nel 1913 Hardy ha trentacinque anni ed è un ricercatore in matematica già noto e rispettato in ambito accademico. «L'ultimo giorno di gennaio » riceve una lettera dall'India, destinata a cambiargli la vita. Il mittente è un contabile del porto di Madras: scrive di avere ventitré anni, nessuna istruzione universitaria alle spalle, di guadagnare appena venti sterline l'anno e di avere ottenuto risultati sorprendenti «sulle serie divergenti in generale ». Riporta una sfilza di equazioni strampalate e prive di dimostrazione, che non assomigliano a «nessun tipo di matematica a lui (a Hardy) nota». Solo un risultato appare familiare: la serie di Bauer, scoperta pochi anni addietro, nel 1859.

Ora, — ragiona Hardy — nessuna persona priva di formazione universitaria saprebbe arrivare autonomamente a quella formula, quindi l'indiano dev'essere un impostore.
Oppure. Oppure quella che ha di fronte è l'opera sfrontata di un genio: un genio privo di guida, vista l'assenza di rigore deduttivo, «selvaggio e incoerente, come una pianta di rose rampicanti che avrebbe dovuto essere preparata per crescere su un graticcio, e invece sfugge al controllo».

Dopo alcuni tentennamenti e su incoraggiamento di Littlewood, Hardy risponde alla lettera. Alla sua risposta ne segue un'altra e così via, finché dal carteggio non emerge senza ulteriori dubbi che Ramanujan, il misterioso indiano, possiede un dono formidabile, prezioso e inespresso. Avendo a disposizione soltanto due libri di matematica elementare, che conosce a memoria, è infatti riuscito a derivare alcuni dei più sofisticati teoremi e a congetturarne una miriade di nuovi, che a guardarli sembrano «una forma di poesia». Hardy decide di portarlo a Cambridge e, faticosamente, ha la meglio sull'immobilismo ottuso della macchina universitaria e sulle riserve dello stesso Ramanujan, che da osservante bramino qual è, si rifiuta di lasciare l'India per il timore di offendere le divinità. Neville, un altro collega, si reca di persona a Madras per prelevarlo.

Durante la lunga attesa, Hardy si prefigura il prodigio indiano, le scoperte che porta in serbo senza saperlo, e a volte, in brevi attimi di cedimento, anche il suo corpo bruno e snello. Finalmente, ma ben oltre pagina 100, Ramanujan sbarca in Inghilterra e con il suo arrivo ha inizio una delle collaborazioni più fruttuose nella storia della scienza. Il sodalizio condurrà, verso la fine del 1916, alla scoperta della formula asintotica per la funzione di partizione di un numero intero, la formula di Hardy-Ramanujan per l'appunto, che nel romanzo compare esplicitamente insieme a poche altre, più come ornamento della pagina che per reale necessità (fu proprio Hardy, d'altronde, a rivendicare nella sua Apologia di un matematico la bellezza della matematica in sé e per sé).

Nonostante il titolo, Il matematico indiano racconta molto di Hardy, un po' dei suoi colleghi Littlewood e Neville, qualcosa in più della moglie di quest'ultimo, Alice (un personaggio femminile era necessario per stemperare lo stradominio maschile), ma poco di Ramanujan. Il matematico indiano è il perno della storia, la discontinuità intorno alla quale essa prende avvio e poi si regge in piedi, ma è condannato a restare in ombra. La sua figura non si discosta granché dall'aneddotica ben conosciuta del personaggio storico e dai binomi già menzionati, la sua anima è impenetrabile. A prima vista, potrebbe trattarsi di un limite oppure di un eccesso di cautela da parte dell'autore — raccontare gli inglesi, per lui, è senz'altro più facile che vestire i panni di un giovane indiano taciturno —, ma più probabilmente questa reticenza ha a che fare con l'abisso della genialità stessa, un abisso che non permette di farsi conoscere neppure da colui che lo possiede (Ramanujan sostiene che la dea Namagiri gli scriva le formule sulla lingua nottetempo).

La genialità in sé, sembra suggerire Leavitt, è del tutto insondabile e proprio per questo dobbiamo ricorrere a bizzarri episodi e a luoghi comuni per descriverla ed esorcizzarla. Funziona per costruire una fiction o un film intrigante, ma non è davvero interessante per un romanziere e neppure eroica, in quanto trascende ogni forma di volontà. Vale la pena, invece, di raccontare il polverone che essa solleva intorno a sé: le invidie dei colleghi, l'attrazione (di Alice Neville), il rifiuto o la curiosità morbosa. Così come, seppur meno dotato, è molto più eroico Hardy, che ha l'acume di individuare un genio, l'umiltà di riconoscerlo più grande di se stesso e soprattutto la capacità di accrescerlo e indirizzarlo, fino a condurlo là dove è nato per arrivare.


Paolo Giordano
04 settembre 2008(ultima modifica: 10 settembre 2008)

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22:51 Scritto da: mirea1954 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | Tag: recensioni, libri | OKNOtizie |  Facebook