Dio salvi Berlusca, Prodi, Fassino e C.

Dio salvi Berlusca, Prodi, Fassino e C.
(Per la felicità di Giannelli. E nostra)

Chi l’ha detto che il vignettista del Corriere della Sera odia le sue creature? In realtà, come spiega Gian Antonio Stella, lui quelle marionette le ama, le adora, le venera, le vezzeggia, ne va pazzo

Ma quanti bei capelli! Almeno questa volta Silvio Berlusconi non si lagnerà di Giannelli. Non solo il mitico Emilio lo immagina protagonista, sia pure in sogno, di una Pasqua di resurrezione nella quale si fa beffe di chi lo credeva ormai politicamente defunto. Ma raffigurandolo nei panni di Gesù nella irresistibile parodia della celeberrima Resurrezione di Piero della Francesca, gli ha regalato una cascata di capelli che nessuno al mondo avrebbe potuto dargli. Manco il re degli apiranti beat Cesare Ragazzi o il premiato Poliambulatorio privato di Chirugia plastica ed estetica cervico facciale del ferrarese Piero Rosati che ha in cura da anni l’amata e rada chioma berlusconea dalla giovanile tinteggiatura ocra.
Meglio così. Solo poche settimane fa, infatti, il Cavaliere se l’era presa con un’altra vignetta del nostro che sul Corriere lo aveva disegnato insieme con George W. Bush mentre si tenevano la pancia dal ridere, col presidente americano che diceva: «E così gli hai detto che eri contrario alla guerra?». Certo, l’archivio dell’Ansa registra purtroppo che lui polemizzò con Jacques Chirac, contrarissimo alla «guerra preventiva», spiegando al vertice di Copenhagen del settembre 2002 l’esistenza di «prove fotografiche che l’Iraq sta tentando di costruire missili di lunga gittata». Che sventuratamente dichiarò a un consiglio europeo che «Si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra». Che a chi contestava l’attacco preventivo rispose alla Camera che «la prevenzione politica e militare dei rischi è un concetto antichissimo». Né può negare di essere stato un tantino ottimista dichiarando che «ormai in Iraq c’è una vita regolare, ci sono le scuole eccetera. Poi, certo, ci sono cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad». Ma come aveva osato il vignettista del Corriere dipingerlo così? «Si comunica al mondo la falsità: e cioè che io avrei voluto a tutti i costi l’attacco all’Iraq e che ora inganno il mondo. Fanno prevalere su qualsiasi considerazione l’odio contro di me».
«Odio»? Ma Giannelli lo ama, Berlusconi! Lo adora, lo venera, lo vezzeggia, lo coccola, lo esalta, lo osanna. Di più: ne va pazzo! E giustamente. Come potrebbe una birba traboccante di ironia qual è lui odiare, verbo spaventoso, il massimo fornitore mondiale di battute e di spunti di irresistibile comicità? Che fine farebbero i vignettisti, i cabarettisti, i corsivisti, se a palazzo Chigi si installasse un preparatissimo e bravissimo ma noiosissimo servitore dello Stato, Dio ce ne scampi, come, ad esempio, Mario Monti?
Ma perfavore: Mario Monti! Non ha i tacchi a trampolo, non si stira le rughe, non racconta barzellette sugli ebrei e le sabbiature, non spiega che Roma è stata fondata da «Romolo e Remolo», non promette di «andare a trovare senz’altro» il papà dei sette fratelli Cervi defunto dal 1970, non andrebbe a trovare i nostri soldati a Nassirija incitandoli «chi-non-salta-interista-è», non è immensamente ricco, non si vanta di aver piantato quattromila cactus ed essersi costruito alla sola Certosa cinque piscine (abusive) di talassoterapia, non esalta la civiltà occidentale in confronto a quella islamica dicendo che bisogna essere «consapevoli di questa primazìa, di questa superiorità», non ha fratelli che producono decoder venduti con l’incentivo statale, non dice che la gente trova normale pagare la guardia di finanza, non è mai finito sotto processo, non fa le corna ai vertici mondiali, non assume stallieri mafiosi, non promette giocatori del Milan al Messina in occasione delle elezioni e non canta in napoletano con Apicella.
Dico io: cosa te ne fai? Magari avrà anche dimostrato come commissario europeo di sapere governare: ma cosa te ne fai? E cosa te ne faresti di Giulio Einaudi (mamma che noia…), Quintino Sella (oddio, che abbiocco…) o altri statisti d’impianto ottocentesco pallosamente dediti solo alla buona amministrazione, ai conti delle pubbliche casse, alle riforme indispensabili, alla ricostruzione di un corretto rapporto tra i cittadino e lo Stato? Forse il cittadino Giannelli Emilio si sentirebbe più tranquillo, ma il vignettista urlerebbe: aiuto, ridatemi il Berlusca! E ridategli Romano Prodi e la sua vanità ciclo-podistica e le lettere di sua moglie per precisare che non si tinge i capelli e la sua mortadella e la sua gran famiglia padana di 27 fratelli e 212 cugini e 13.458 nipoti e le sue sedute spiritiche per chiedere al tavolino dove sia prigioniero Moro e i suoi ricordi goliardici ricchi di luxtratio tecno-colorate e i suoi modi da prevosto di campagna.
Guardate le vignette con cui ha deciso di farci compagnia nel 2006: le potrebbe mai creare se avesse a disposizione solo dei composti e seriosi servitori dello Stato del tutto estranei al pettegolezzo, alla boria, alle lusinghe dei lacchè, al presenzialismo televisivo? Cosa farebbe, il nostro leggendario Emilio, se Piero Fassino non fosse così spericolatamente alto e ossuto e rifiutasse a priori l’idea di andare a rivedere tanti anni dopo, con le lacrime agli occhi, l’amata tata nello studio di C’è posta per te?
Come camperebbe senza Sandro Bondi, che ama il suo Silvio al punto di far dire alla bionda opinionista di Markette Sabina Negri che «se rinascesse vorrebbe essere Veronica Lario»? Senza Fausto Bertinotti, che nella sua salottiera esuberanza («Vado nei salotti come vado nelle piazze o in Parlamento: per affermare anche là il diritto all’alterità della sinistra antagonista: il mimetismo ha avuto un ruolo importante nella storia del comunismo») è arrivato a partecipare perfino a un «pigiama party»? Senza lo stizzosisimo Massimo D’Alema, il Sarcasmo da Rotterdam (parole di Giuliano Ferrara) che ama ironizzare sugli altri ma un po’ meno le ironie su di lui, al punto che alla festa di Cuore, anni fa, disse: «Cari amici della satira, continuate a prenderci in giro. Ci serve a restare sempre coi piedi per terra. Delle vostre critiche prometto una cosa: ne terremo conto. Tanto, direbbe Carcarlo Pravettoni, ci faremo comunque i cazzi nostri»? E poi senza la Daniela Santanché che mostra il dito medio come un camionista e Pierferdindo Casini con la sua aria (definizione del Foglio) da «Polly il bello in Colazione da Tiffany» e la Livia Turco dalla mascella assai volitiva e l’Armando Cossutta interista-leninista e tutti gli altri?
La verità è che Giannelli, come i pupari di una volta, ama tutti i suoi personaggi. Tutti. Buoni e cattivi, seri e ridicoli, morigerati e sporcaccioni, onesti e disonesti. Da Orlando a Guidon Selvaggio, da Rinaldino a Grandonio, da Agricane a Geldippe. In fondo, per l’artista che li intepreta, sono solo marionette.
Gian Antonio Stella

su Magazine del Corriere della sera in edicola il 16 ottobre 2008

Dio salvi Berlusca, Prodi, Fassino e C.ultima modifica: 2008-10-15T15:41:00+02:00da mirea1954
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