La notte del cervino

Recensione di Alberto Pezzini

Enrico Camanni, La notte del Cervino , Cda & Vivalda Editori –2003 – pagg. 168 – euro 12,00

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Si torna indietro nel tempo della memoria. E del cuore. E’ un libro dolcissimo e di strazio interiore questo che è ambientato in una notturna Ivrea, freddolosa come certi amori che svaporano nell’autunno. Non è solo libro di montagna. E’ un libro di dolori, un cancro che divora un padre serio, una madre che si dispera, ed una figlia che impara il giornalismo e la montagna attraverso un amore che ha il dono di poter restare. E’ un libro pieno di cose domestiche, questo. Sa di buono anche se ha dentro un grandissimo e lacerante dolore. Come un grido nella notte. Camanni dice che un grande dolore ha bisogno di respirare. Lo sanno i familiari di chi si è beccato un cancro. Come un proiettile che arriva all’improvviso. O un cane, una brutta bestia che latra e non guarda nessuno negli occhi perché è sporca da morire dentro di sé.
La città è Ivrea. Medievale, piena di pioggia, una passeggiata nel tempo dei secoli bui con una torcia in mano. Un dedalo di posti intimi, il ristorante l’Aquila Antica nel borgo vecchio dove ci puoi mangiare come se fossi a casa tanta è l’intimità calorosa di quel posto. La protagonista del libro è una donna giovane, che si agita durante gli anni settanta. E’ una copia delle inquietudini interiori che urlano dentro Camanni. Uno scrittore di montagna che sa dare voce all’inquietudine dell’uomo moderno con libri scritti con semplicità, quella del dolore e della speranza. Se hai la penna che sa parlare come la sua, quasi fosse una germinazione spontanea, non hai bisogno di usare parole difficili. Sembra che la vita dia a certi scrittori un occhio terzo capace di ammaliare e di sentire dentro un’eco più forte, oppure un dolore più acuto. Deve essere la legge del contrappasso per cui certi doni non vengono dati se non paghi almeno un fio simbolico.
Qui la montagna è sempre presente. Soprattutto da una finestra di ospedale, oppure da quella di una casa in montagna dove entri in un andito umido, quasi un ghiaccio fisico, e poi ti si apre un ambiente caldo, molto avvolgente dove da una finestra entrano luce e montagne innevate.
E’ la stessa sensazione che si ha quando si guarda Il vento fa il suo giro ed il protagonista entra nella casa dell’uomo che gli prenderà la moglie, di notte, dopo un sabba davanti al fuoco ed un vino che fa cadere le gambe su di un letto traditore come non ti saresti mai aspettata.
Poi c’è il cancro. Terribile, solido come solo il dolore. Con spazi per riuscire a prendere fiato, tra una notizia che ti spacca la vita ed un attimo che vorresti dare di normalità, quella persa, ancora alla tua esistenza. Il momento del dolore viene sempre distillato nel ricordo e sembra farci più forte. Ma lo sappiamo soltanto noi e di quanto la sofferenza ci abbia tolto oppure fatto sentire in più.
Poi l’amore. Tra la protagonista ed il suo direttore del giornale. Un amore problematico, almeno un po’. Ma ci sono amori che non lo siano ? Non esistono amori sereni, o placidi, esistono soltanto inquietudini a caccia di altri vascelli in cui depositarsi e stare insieme. Una notte, una vita, un mese, una scopata soltanto. La vita scorre piano in queste pagine da leggere in silenzio assoluto. Non so se conoscete Ivrea. In questi giorni cade il centenario della morte di Olivetti, l’uomo che realizzò un sogno all’interno di una città e fece di vecchie mura e sassi antichi un insieme mirabolante di culture, intelligenze e fosforo creativo. Una vera e propria Las Vegas dell’intelligenza e della fantasia. Oggi è restato poco, ma allora, quando il libro vi si ambienta, c’erano ancora echi concreti e reminiscenze ancora da venire della grandezza che c’era stata.
E’ un libro intimista, moderno, inquieto come gli occhi meravigliosi della donna che sta in copertina. Guardano in alto, verso una montagna avvolta da una spirale bioccolosa di nebbia. C’è inquietudine in quello sguardo, quasi una rassegnata preoccupazione. C’è un’ attesa sulla montagna. E’ sempre un’attesa la vita, sul mare o su di un lago. Qui Camanni ha saputo fare un romanzo come una cosa di casa. Con alcune cose di casa, dolore, attesa, cancro, amore, montagna. E la vita che venti anni dopo ti torna nella buca delle lettere per richiamarti a quello che hai avuto di più caro.
Perché non possiamo mai dimenticarci di ciò che siamo stati e di chi ha preso il nostro amore. Anche se poi lo sguardo lo ha trapassato e non lo ha visto più. Non si comanda ai sentimenti ed alle ombre che lasciano nelle nostre anime. Brandelli di nebbia in attesa del vento. Anime piene di montagna. Il libro è triste, ma non finisce male. Finisce con un sorriso che sfiora le labbra e la coscienza di essere diventati più forti. Come le montagne di una vita. Meno male che ci sono.

La notte del cervinoultima modifica: 2008-11-10T12:58:49+01:00da mirea1954
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