I libri che non ho scritto

George Steiner ‘ I libri che non ho scritto’ Garzanti 2008

Com’è la vita sessuale di un sordomuto? Con quale frequenza e rispondendo a quali stimoli si masturba? È vero che solo essi hanno la possibilità di vivere in modo autentico il rapporto erotico-amoroso, perché il silenzio in cui vivono li libera dagli odiosi condizionamenti proposti dalla rovinosa fraseologia erotica e sessuale dei media e dalla proliferante diffusione della pubblicità di massa? Sarà possibile costruire una literacy del XX secolo, una specie di Quadrivio della contemporaneità, basato su matematica, musica, architettura e biogenetica, interfacciate grazie ad un computer in grado che fa collaborare virtuosamente questi quattro regni tanto contigui e tanto incomunicanti? Che cosa prova un autore di tragedie sapendosi contemporaneo di Shakespeare e Marlowe? Perché, se la morte ha un odore, gli animali la percepiscono in anticipo? È vero che chi fa sesso con un animale non fa altro che tentare di ricongiungersi con una realtà perduta, replicando un comportamento assai comune tra i nostri antenati? Perché, se guardiamo negli occhi uno scimpanzé, ci sembra d’essere davanti ad uno specchio triste che ci accusa? Che cosa prova un tennista quando sa di dover giocare ( e perdere) contro Federer a Wimbledon ? Perché l’eclisse delle privacy nella società postmoderna rappresenta la versione aggiornata e corretta dello stupro? Che successe ai bambini di Beslan quando il terzo giorno, poiché ormai stavano morendo di sete e non riuscivano neppure più a fare pipì, cominciarono chiedere aiuto a Harry Potter, dopo essersi rivolti per due giorni inutilmente a dio ‘onnipotente’? Piccola crestomazia di domande che turbano ed inquietano, fra le tante che possono essere lette in quest’ultima memorabile opera del grande George Steiner. Grande perché George Steiner è l’uomo che ha letto e chiosato e memorizzato tutti i libri (sia quelli scritti che quelli ancora in mens dei), grande perché è l’ultimo chierico vagante della nostra epoca, grande perché può tenere conferenze indifferentemente in 4 lingue diverse, grande perché il suo cursus honorum da solo occuperebbe lo spazio intero di questo articolo, grande perché ha messo il solo titolo umanamente possibile alla propria autobiografia: “Errata”. Leggere le sue pagine significa predisporsi ad un’avventura intellettuale rischiosa, che conduce quasi sempre ad esiti imprevedibili. Leggere le sue opere significa continuamente alzare lo sguardo dalle sue pagine, arrestare la frenesia degli occhi che divorano parole, perché molte sue frasi sono il luogo dove il ‘bello’ incontra rilkianamente il ‘tremendo’. Le sue sequenze concettuali sono le tappe di un corteggiamento inesorabile che punta diritto al cervello del lettore; la spirale argomentativa delle sue frasi è irresistibile quanto la logica incantatoria delle sua prosa. Questa sua ultima fatica, tra le più autobiografiche attraversata com’è di nostalgie e rimorsi, corona idealmente una bibliografia che ammonta ad una trentina di titoli. Una specie di interrogazione a ritroso che si china a riflettere sullo spazio vasto di un vuoto a cui inutilmente si è tentato di dar forma e senso, senza riuscirvi. Per dirla insieme a Beckett: “Fallire. Provare di nuovo. Fallire meglio”. È lo spazio vasto dove s’accampano i relitti dei ‘ libri non scritti’, fantasmi ineludibili sui quali si costruisce questo libro cerebrale e appassionato, che poteva essere scritto solo adesso che Steiner è giunto alla soglia degli 80 anni. Quegli “unwrittren book” che hanno la stessa immedicabile tristezza dei viaggi che non si sono fatti, dei figli e degli amori che non si sono avuti, delle vite che non si sono vissute, delle pagine non lette e,per l’appunto, di quelle non scritte. Gli ‘unwritten book’ di Steiner sono sette: inanellati l’uno all’altro, costituiscono un paradigma del suo sterminato sapere, del suo formidabile eclettismo. Proviamo ad elencarli: si va da uno studio sulla ‘teatrale’erudizione del biochimico e sinologo Joseph Needham, a quello sulla ‘maschera verde’ dell’invidia a partire dalla figura bizzarra di Cecco d’Ascoli, passando poi a che cosa significa ‘fare l’amore in 4 lingue’cronaca di una spericolata educazione sentimentale in cui poliglossia ed eros si incrociano felicemente, fino alla jewishness,ovverosia il discorso sull’identità ebraica, per approdare alla infelicità del dolore animale, al naufragio dell’istruzione scolastica mondiale, all’indecidibilità ed ineffabilità di dio. Pensavamo di sapere tanto, se non tutto, di questo grande comparatista che si muove mirabilmente, sul filo di una sofisticata passione intellettuale, in quel particolare territorio in cui filosofia e poetica si incrociano. Eppure anche in questa opera ci sono pagine davvero indimenticabili, sorprendenti anche per i più consumati ‘steineriani’. Sono quelle costruite attorno ad un pattern che ha la malinconica leggerezza del famigerato catalogo di Leporello: l’elenco delle donne amate, indicate con una sigla e con sapidi flashes sulle loro attitudini sessual-linguistiche, l’elenco dei cani amati che, collazionandone vizi e virtù, va a comporre un’epicedio di commovente bellezza. Va detto anche che quella specie di compiaciuto spleen che spunta fra queste pagine non è il frutto amaro dell’impotentia scribendi che traligna maliziosamente sin dal titolo. È solo dettato dalla consapevolezza che tra un po’, quando dovremo lasciare la casa dell’essere in cui siamo stati ospitati ed accolti, essa sarà più sordida, impura, degradata rispetto a quando v’eravamo giunti. Più disadorna e spoglia, anche: per i libri non letti, per quelli non scritti.

I libri che non ho scrittoultima modifica: 2008-11-27T14:53:17+01:00da mirea1954
Reposta per primo quest’articolo