Sesto Sebastian

 Recensione di Cristina Babino

Sesto Sebastian è pensato e scritto come un dinamico tableau vivant. E come un tableau vivant va letto, inscenato e interpretato. E’ una pantomima all’apparenza immobile, una serie di semoventi, acidi still frames che ricordano quelli incastonati da Pasolini ne La Ricotta, dove il colore sparato di fedeli repliche delle Deposizioni del Pontormo e del Rosso Fiorentino interrompe l’asciutto di un bianco e nero intenso e dilagante. Still frames che un secondo dopo l’alzarsi del sipario prendono corpo e vita, che si animano su un proscenio che ha le atmosfere sintetiche delle immagini di Pierre e Gilles (non a caso esplicitamente citati nella nota introduttiva), ma anche la fantasmagoria insolente e artificiale delle fotografie di David La Chapelle.
Il testo è un monologo multiplo. E’ uno e trittico. Come recita il sottotitolo, è un Trittico per scampata peste. Recupera dunque l’idea dell’ex-voto, l’antica tradizione di commissionare opere d’arte sacra come ringraziamento per qualche evitato pericolo, rivisitata qui in chiave grottesca e irriverente, ma anche intimamente drammatica, personale.
Un trittico per scampata peste che sia ligio ai dettami iconografici prevede la rappresentazione di una Madonna con Bambino affiancata da un San Sebastiano e da un San Rocco: Maria e Gesù come supremi destinatari del ringraziamento, San Rocco pellegrino protettore dalle pestilenze, San Sebastiano ritratto per analogia, trafitto di frecce, a richiamare proprio la peste, definita popolarmente come punitiva “freccia divina”.
Il Trittico di Simonelli ne è un’ispirata, liberata interpretazione. C’è una Madonna (dallo sguardo per una volta severo, non magnanimo) ma non c’è il Bambino, c’è un San Rocco senza attributi iconografici, c’è un Sebastiano eretto al centro della composizione – posto che di norma spetterebbe alla Maternità – legato a un palo che la luce scoprirà poi essere un lampione di malfamato boulevard.
L’opera di Simonelli narra a tre voci le colpe d’amore, la condanna e il martirio di un Sebastiano non Santo ma Sesto (il nucleo centrale dell’opera è costituito una sestina successivamente ampliata), figura che da iconografia sacra si trasla in icona. Icona gay, carica di una stratificazione secolare che interpreta la rappresentazione del santo in chiave omosessuale: l’abbandono quasi lascivo con cui è stato classicamente descritto in pittura il corpo giovane e glabro del martire, l’aspetto spesso femmineo, la gloriosa seminudità ne hanno fatto una sorta di idolo gay, oggetto di un moderno, subalterno, culto queer.
La diade speculare Madonna – Rocco introduce e segue in monologhi il copione individuale di Sebastiano, funge quasi da coro greco: spiega, commenta, lega. Il testo restituisce così l’effetto di una sorta di “spartito” dalla metrica sciolta eppure in rima, scritto per essere cantato e musicato in gesti e parole e, nell’intenzione dell’autore, anche in un atto performativo complesso che implichi il concorso di diversi medium: web art, live performance, video e sonoro.
San Rocco, per primo, sbrana la scena: il suo è un prologo che porta già tutti i segni del martirio: “Quanto sia rovente la griglia poi del darsi / (…) nel bagno di plasma che domina quel petto / nel marasma di dardi che remissivo accoglie/ (…) Non più uomo ma feticcio.” Lo segue una Madonna solenne ma insolitamente priva di qualsiasi empatia, stretta in una mandorla dalla scorza durissima (“Per la sua condanna non vi saranno appelli / né giovani drappelli in protezione”), che subito ripassa la parola al santo pellegrino per proclamare la sentenza a morte di Sebastiano, sulla base della scandalosa storia d’amore che lo avrebbe legato all’imperatore Diocleziano (falso storico qui puramente funzionale alla narrazione). Non cerca difesa Sebastiano, ammette la sua non-colpa, la rimette fiero al suo Dio e al plotone di esecuzione: “Questo il verdetto di mio Dio Cleziano (…) T’amavo t’amavo t’amavo davvero: / per te come sangue correvo bizzarro / ero cavallo dietro alla prosa del tuo carro; (…) (Credo in un solo addio / che faccia del mio corpo testamento / indizio del tormento dell’amore: / chi più ne ha, più ne muore).” Un autodafè esibito che culmina con il monologo centrale Sebastiano proferisce in sonettessa, dove evidente si fa il retaggio dell’interpretazione in chiave omosessuale della classica rappresentazione del martirio del santo: “Tu m’entri sì perfetto dentro al petto / con frecce che non son d’amore accese: quest’estasi di dardi, questo getto di sangue in agonia, a più riprese, // è chiave ch’entra dentro me-lucchetto / e m’apre indifferente a tue pretese / di farmi unicamente un uomoggetto, / strumento, non-persona, solo arnese (…) Coraggio, avanti, uccidi pure, ammazza, il me ragazzo oppure il me ragazza.”
Il supplizio di Sebastiano prosegue per profane stazioni, quasi per stacchi di macchina da presa che allargano il campo fino a includere gli arcieri, la folla degli astanti e gli stessi spettatori, proprio attraverso le arringhe che il santo in agonia rivolge loro, e infine a Dio: “padre mio destino che guardi al tuo piccino / come a un repellente serafino (…) Perché mai non sai (eddai eddai) padre mio drenante / la ragione per cui mi sei distante?”. A passione consumata, quando Sebastiano, afflitto e smascherato, offre le sue spoglie come testa di Battista (”Forse non è patire questo tormento / è calore della carcassa intera, è / sentire che più non m’appartengo, che pongo / tutto me sopra un vassoio”), sono di nuovo le parole di San Rocco e della Madonna a riemergere dallo sfondo, a chiudere il cerchio – o meglio il tondo – intorno all’immagine del martire: “sia il dazio del suo corpo un momento assai divino / sia il vino il sangue suo, siano pane le sue pene / sia il pene conservato in una teca // e cieca vada adorandolo la folla – di quella polla di plasma vada fiera. // ogni sua falla è d’amor miniera.”
Questo di Simonelli è un esercizio poetico che può definirsi “di maniera”, e che pure si apre in squarci di schiettezza e d’invenzione tali da evitare miracolosamente il lezioso, l’artefatto, anche grazie all’intelligenza di una lingua mimetica di retaggi antichi, mescolati però a termini post-moderni e contemporanei, presi in prestito in particolare da certa cultura pop (arrivando a lambire il kitsch, senza stagnarvi), in una coabitazione di stilemi che ben traduce la trasversalità di un “messaggio” che attraversa i tempi, le storie, le epoche, le mode.

Cristina Babino

Marco Simonelli, Sesto Sebastian
(Trittico per scampata peste)
Lietocolle, 2004

Sesto Sebastianultima modifica: 2008-12-19T07:06:00+01:00da mirea1954
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