Quello notte Dolcedo

Recensione di Riccardo Ferrazzi 

Mi è costato fatica, ma sono contento di averlo letto. Perché questo non è uno dei tanti libri che escono in continuazione, quelli che si aprono, ci si affida al narratore e ci si lascia portare fino in fondo. No. Qui a ogni pagina bisogna usare la testa, domandarsi il perché di ogni cosa, soprattutto delle cose che non succedono. E non si trova, il dannato perché. Eppure si va avanti ugualmente, proprio come capita nella vita vera, perché la scrittura di Magliani contiene una promessa che non si estingue mai, e quando finisce genera rimpianto.
Questo è un grande libro, come non se ne leggevano da decenni, e non mi sento ancora in grado di farne una recensione ma solo una breve nota. Anche questo è un sintomo del “grande libro”: ci vuole tempo per digerirlo, assimilarlo, entrargli dentro. Ma qualche cosa posso dirla sin d’ora.
Perché mi costava fatica leggerlo? Perché il ritmo di lettura era diverso dal solito. Me lo imponeva la storia, la scrittura, l’argomento. E io faticavo ad adeguarmi. Resistevo. Avrei voluto capire subito se si trattava di un giallo, di una storia di guerra, di archeologia, di fantastoria biblica, o di altro ancora. Invece non è niente di tutto questo: è un libro che esce dagli schemi, non per il gusto di fare una cosa nuova ma perché così doveva essere, e non poteva essere che così.

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Ripensando a come è strutturata la narrazione, immagino che qualcuno troverà da ridire sulle molte pagine in cui il protagonista viene descritto nella sua vita alla giornata, apparentemente senza costrutto. E invece proprio lì è contenuto il senso del libro, non per le cose descritte, ma per il modo con cui sono narrate. Non so se Magliani sarà contento di ciò che sto per dire, ma in “Quella notte a Dolcedo” ho ritrovato qualcosa di Hemingway, di “Addio alle armi” e di “Per chi suona la campana”. Non sto parlando dei temi della guerra, del dovere, del rimorso: parlo della capacità di descrivere paesaggi consueti e azioni quotidiane come se fossero eternamente nuovi, come se fossero continue scoperte, con lo spirito di un dodicenne in gita nel bosco. Quando sono descritte così le cose prendono sapore, si connettono e fanno significato. Solo raccontandola in questo modo la vita ci appare piena di sostanza.

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I banchi delle librerie rigurgitano di libri pieni di prosa autocompiaciuta, costruiti intorno a storie inverosimili e privi di una solida visione della vita, quella che dà compattezza a una storia. La scrittura di Magliani va diretta alle cose e sembra sempre sul punto di svelarne l’essenza (il che è più di quanto siano riusciti a fare la maggior parte dei filosofi). Non è un fatto di stile, ma di sostanza: per scrivere così non basta sapere di cosa si sta parlando, bisogna averlo introiettato in profondità, nel cervello, nei muscoli, nelle ossa; bisogna aver dimenticato di saperlo e riscoprirlo scrivendo; bisogna che la scrittura sia anamnesi.
Quanto sia vero tutto ciò risulta anche dall’impostazione generale della storia che Magliani ci racconta. C’è un mistero, e la soluzione vi sorprenderà per la sua verità, per la sua non-letterarietà. C’è un incontro importante che non avrà seguito, come capita sempre nella realtà (e quasi mai in letteratura). C’è il mistero della insondabile casualità della vita. Ma non è neanche questa la cosa principale perché, in fin dei conti, si sa: il mistero siamo noi e il modo in cui cerchiamo, senza riuscirci, di dare un senso alla nostra esistenza. Ecco, quando ho chiuso il libro dopo aver letto il secco, desolato epilogo, non ho potuto fare a meno di domandarmi come i poeti dell’Ottocento: cos’è mai la vita?
Magliani non lo dice. E fa benissimo, perché a questa domanda ciascuno è tenuto a dare la sua risposta.

Quello notte Dolcedoultima modifica: 2008-12-25T12:00:00+01:00da mirea1954
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