Dalle terre del nord.

Massimo Maggiari, Dalle terre del Nord. Alla ricerca dell’anima artica,

di Alberto Pezzini

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Belin che bello ragazzi !
Che libro per volare su di un disco di Enya ed in mezzo alla neve. Senza ciaspole ma con le ali di un gabbiano. Non me ne vorrà Maggiari per l’incipit. Si tratta però di un libro che salpa nell’anima come per caso. Uno di quei volumi che ti arrivano – anche se li hai richiesti per una curiosità fisiologica – e che poi ti metti a leggere alla sera, quando sei stanco. A volte i libri si valutano anche così. A seconda del momento o dell’occasione. A seconda della temperie spirituale in cui uno si trova buttato. E’ un volume new age. E’ una definizione stupida e riduttiva. E’ un volume all’antica, capace di seguire l’arco di un fiume interiore durato una vita.
Maggiari è genovese di nascita ma vive ormai da tempo nella Carolina del Sud, a Charleston, dove insegna lingua e letteratura italiana al College di Charleston. E’ un uomo dall’aspetto poderoso, sa di vichingo e guerriero che ha faticato. Nella fotografia che lo incornicia nel risguardo di copertina sembra guardare verso un mare lontano, con un tamburo sotto il braccio. I libri si valutano anche per le orecchiette che uno ci fa. Altri hanno l’abitudine di sottolineare i passi più significativi con un frego sottile della matita. Altri usano il libro in modo fisico segnalandosi le pagine più intense con delle piccole, minuscole orecchiette laterali.
Questo è un’orecchia costante. Quasi ad incastro progressivo.
Bisognerebbe andare ad Oslo per passare qualche ora all’interno del museo dove vivono i ricordi di Nansen, l’uomo che sfidò il ghiaccio del Polo Nord e prima ancora quella forma di assedio costante che certe volte la vita sembra serrare attorno ad un uomo ben determinato. Le pagine di Maggiari ci regalano una intima e sentita descrizione di un museo e ci danno la possibilità di sentire in una pagina soltanto l’eco delle slitte che rompevano il ghiaccio. Sono la pag. 45, la seconda parte, per esattezza, la 46 e 47. Sono bianche, di un biancore che sembra portare la neve ai piedi di chi scrive. E’ evidente in questo caso una profonda sensibilità sciamanica che comincia a farsi strada in chi è capace di udire le voci di spedizioni perdute nel vento del tempo andato. E comincia già in questa parte del libro a registrarsi in modo sottile ma percepibile un’ansia dell’ignoto.
Abisso oscuro che non restituisce l’anima ai porti del mondo:così lo definisce Maggiari dandone una definizione poetica ma cinematografica. Sembra di vedere Gandalf nel Il Signore degli Anelli ultimo episodio invitare Frodo Baggins a prendere l’ultima nave della vita mentre sta salpando per dove altri non possono andare. Una definizione strana, poetica e stregonesca. Maggiari pare avere cucito insieme un libro di proprie personali esperienze alpinistiche e di viaggio con il centro comune della montagna. In realtà questa è una finzione d’inizio. Si tratta di un primo approccio del tutto superficiale. Un assaggio per vedere se il lettore è in grado di seguirlo. L’ascesa dell’Antoroto è una sorta di omaggio al classico recit d’ascension , per esempio. Ma il vero nucleo del libro è la ricerca di un’anima artica, sì, ma soprattutto di un punto di vista interiore capace di aiutare l’uomo nella sua vita. L’incontro con uno scrittore Sami (per Sami si intendono quelli che un tempo venivano chiamati lapponi) rivela un mondo interiore devastante. Ed un ritorno all’antico. Il fatto di avere una mente, uno spirito ed un corpo animale senziente in maniera inconscia ci riporta indietro. La civiltà non ha cambiato nulla. Ha messo guanti bianchi a certe mani, ha consentito di ascoltare Mozart su file digitali raffinatissimi, ma non ha cambiato di una virgola la ferocia primitiva dell’essere umano. E’ sua dote specifica la ferocia, la bramosia, la virulenza delle reazioni. E’ in quei casi che la sensibilità degli animali sembra effondere tutti i suoi sensi alle antenne interiori degli uomini e consentirgli di affrontare la balena armati di un singolo punteruolo. Non è cambiato nulla. E’ necessario però ritrovarsi. Ecco perché anche Maggiari sente come una sirena imponente, dai grandi seni, il potere che c’è in una storia.Gli inuit ( gli eschimesi NdR) hanno ragione:c’è potere in una storia. Essa diventa una sorta di talismano, qualcosa di così potente da crederci davvero e da realizzarsi talvolta. E’ il potere taumaturgico della parola quando si mescola al sogno. Una storia è un veicolo magico, uno strumento per scalpellare certe membrane che stanno tra noi ed il mondo di là. Un viatico incomparabile. Maggiari non è riducibile soltanto ad un semplice professore di lingua italiana ma è un ricercatore di una storia che gli faccia superare un limite imposto. Solo all’apparenza. Ci riesce usando la poesia ed il senso della magia narrativa. La sua magia è qualcosa di sottile, è una polvere tipo Bussola d’oro, una sostanza volatile capace di far sciamare attorno a sé decine di segreti. Maggiari ha qui l’orecchio dell’antropologo che studia avendo in mente di non stare agli schemi della scienza. Non ama certi principi se non per partirvi. Il resto è viaggio interiore, è licenza alla ricerca di un obiettivo indefinito. La luna sta ad evidenziare che quel viaggio non può che essere verso il nord. Verso una dimensione umana dove non c’è soltanto l’uomo ma anche una componente quasi orfica, o ctonia. Qualcosa di primitivo, di ancestrale, come un richiamo del lupo alle soglie di una foresta oscura. La luna, per esempio, viene vista come un essere vivente. Qualcosa di immateriale che compare – secondo una legenda inuit – soltanto nei momenti migliori della vita. Si crea in qualche modo una simbologia che però – attenzione – non è pagana , o animistica. E’ espressione di un mondo sapienziale primigenio, frutto di scelte naturali molto precise, e molto poco controllabili. L’incontro di uno antropologo spezzino con uno sciamano mongolo spiega questa sorta di incontrollabilità di certi agenti. Possiamo chiamarli umani, oppure agenti fatali, nel senso che derivano dal fatum dei latini. Il mongolo prende d’assalto lo spezzino e gli narra la storia stratificata di plurime generazioni prima di lui. Poi aspetta il racconto dello spezzino che prende tempo. Il giorno dopo gli dice che è riuscito a racimolare nella propria memoria soltanto due generazioni prima. Il mongolo lo guarda, sospira per un attimo, e poi gli sbatte in faccia una frase che è una lapide per noi uomini bianchi occidentali, anzi è una condanna in forma di pietra:”Ma tu come fai a decidere della tua vita senza sapere da dove vieni ?”.
Di fronte ad una frase del genere l’uomo bianco sente sbriciolare tutta una civiltà. Avverte, se ha un minimo di sale in zucca, un mare di incertezze salire dentro la sua anima. Sente uno sgomento interiore farsi più denso e pericoloso. Ascolta la caducità della propria civiltà. Maggiari tasta soltanto un poco questo aspetto ma è evidente la sua forza corrosiva. Fa paura la nostra società che è basata sul non ricordo, sul fatto di continuare a vivere il presente senza avere rispetto di ciò che ci ha preceduto. E’ in questo libro ancora che si trova un’altra frase simbolica allusiva impattante come uno shrapnel impazzito di lucidità esplosiva. Soltanto coloro che hanno rispetto degli anziani e degli animali hanno il diritto di avere una lunga vita. Gli anziani sono quelli che bene o male hanno trovato una strada nella vita. Gli animali sono quelle presenze fisiche e spirituali che hanno permesso al giovane di trovare la rotta. Anche quando sembra che tutto sia perduto. Artico deriva dal greco arktikos, orso, e sta ad indicare proprio le sette stelle dell’Orsa. Qualcosa che guida la mano quando fuori è buio. Così lo sciamanesimo ed il viaggio interiore divengono una effettiva esperienza umana davvero preziosa. Una visione interiore sembra capace di inventare una vita diversa o quantomeno di riempirla proprio là dove sembra che siamo arrivati.
Oggi va detto che di antropologi savant ce ne sono molti. Uno è Aime, per quello che mi viene in mente. Affascinante ne Il lato selvatico del tempo. Ma senza quell’afflato cosmico così virulento come sembra spirare da Maggiari. Se Aime incarna una certa solidità scientifica, Maggiari porta con sé una scrittura che ha visto altri mari. Maggiari riesce a rielaborare in poche pagine una densità notevole di esperienze umane. E’ invidiabile il bagaglio di conoscenze e di viaggi avuti in sorte da quest’uomo barbuto. E’ un viaggiatore incallito, ma soprattutto un ricercatore di vite trapassate, un distillatore di destini incrociati ai confini delle rotte più a nord del mondo dell’anima umana.
Ora. Ci sono certi libri che arrivano da soli. Nel senso che qui l’autore ha compiuto un itinerario perfetto tra poesia, immaginazione, scienza e spiritualità. Nel senso che il suo libro può essere anche usato per anime affaticate. Se per un uomo od una donna lasciati, o che si separano, un confessore intelligente consiglierebbe Frammenti di un discorso amoroso di Barthes perché suo è un potere di massaggio spirituale impalpabile come aria su acqua, di Maggiari lo psicologo sapiente consiglierebbe questo volume. Vero talismano da portare per sempre con sé. Storia degli eschimesi, celebrazione della spiritualità, culto degli avi, e ricerca tambureggiante di una via interiore che faccia da ponte con le forze del cosmo. Un libro dove ci si può calare per uscirne con qualcosa di concreto in tasca. E’ una di quelle prove vivente dove la cultura e le storie diventano qualcosa di pesantemente materiale, un medaglione da portarsi al collo quando la vita ci prende a male. Un momento di calma dentro la neve.
Maggiari cura una bibliografia che basta leggere per capire il libro. Accanto a Nansen sta Giuseppe Conte, Zoja di Giustizia e Bellezza (immensamente caro a Carlo Grande ) ed Elemire Zolla, studioso mitopoietico dello sciamanesimo.
E’ un libro dove la chiave per leggerlo resta la semplicità. Quella che non ti spieghi. Quella che non arriva mai a caso.

Dalle terre del nord.ultima modifica: 2009-01-19T22:26:55+01:00da mirea1954
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